di Meir El Saiegh

 GIADO, CAMPO DI MORTE

Sono nato nel campo concentramento di Giado, nella Libia. Il campo, situato a 180 Km. a sud ovest di Tripoli, sulla catena montuosa del Gebel Nefusa, era gestito dall`esercito Italiano, e lì stipati in misere baracche erano tenuti i 2527 ebrei rastrellati per la maggior parte dalla Cirenaica, specialmente da Benagsi nel mese di Maggio 1942.

Penso che io, la mia sorella maggiore Silvana, e pochissime altre persone, siamo gli ultimi superstiti di quel famigerato campo di concentramento e prigionia dove morirono più di 560 ebrei per maltrattamenti, malattie, fame, e febbre tifoide. Uomini donne e bambini. Di tutti questi morti, di soli 86 si conoscono i nomi.
Senza dubbio questo campo fu il lager Italiano con il maggior numero di vittime
Un risultato che certo premiò gli sforzi di quei fanatici gerarchi fascisti, che avevano invocato una “decisa politica razziale” anche nelle colonie, dove ad operare non erano i Tedeschi, bensì gli Italiani.
Tutto ciò avvenne malgrado il fatto che per gli ebrei della Libia, l`Italia era considerata come loro patria, avevano imparato ed insegnato la lingua Italiana ai figli, e malgrado che avevano accolto trionfalmente lo stesso Duce in occasione di una sua visita in Libia. Ma la Libia era Italiana, e Mussolini aveva fatto applicare le leggi razziali anche lì.
La decisone presa agli inizi del 1942 di trasferire gli ebrei Libici in campi di concentramento, decretò inevitabilmente la fine prematura di questi ebrei per causa di stenti, privazioni e malattie.
Accusando gli ebrei di complottare con gli Inglesi, gli Italiani misero in atto il grande rastrellamento degli ebrei a Bengasi. Nell`andirivieni degli opposti eserciti in Cirenaica, si punirono fucilandoli come traditori, quegli ebrei che avevano accolto gli Inglesi al loro arrivo a Bengasi, festeggiandoli come liberatori.
Nel febbraio del 1942 Mussolini in persona, immemore dell`accoglienza trionfale che nel 1937 gli era stata tributata in Libia dalla comunità Ebraica, diede disposizioni per la loro evacuazione dalla Cirenaica e dalla Tripolitania.
Lo stesso Italo Balbo, governatore della Libia, esternò la sua perplessità nell`applicare rigidamente alla Libia le leggi razziali emanate dal Gran Consiglio ed aveva scritto a proposito una lunga lettera al Duce, mettendolo in guardia dall`esacerbare gli animi, e dal creare situazioni di tensione tra popolazioni che convivevano da secoli, e che non avevano mai creato significativi violazioni dell`ordine pubblico. Balbo non ricevette mai un risposta dal Duce.
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Mia madre Mazzal Z.L, mi raccontava con commozione, che quando nacqui ero grande come un bottiglia, e siccome nel campo scarseggiavano i viveri, era malnutrita, stentava ad allattarmi, ed io rischiavo di morire per fame.
Mio padre Rahamim Z.L (Clemente), uomo retto, e timorato di Dio, siccome all`epoca lavorava nel campo farmaceutico e se ne intendeva di pronto soccorso, lavorava nell`infermeria del campo.
Svicolava di nascosto fuori dal campo mettendo a repentaglio la sua vita e andava nella cittadina araba vicina, per barattare qualcosa in cambio di un po` di latte o altri viveri. Grazie a questi espedienti sopravvissi alla fame.
In una atmosfera di incertezza, di paura e di angoscia, in una rigida giornata piovosa dell`inverno del 1942, in un bugigattolo dell`infermeria del campo, mi circoncisero come prescrive la nostra sacra Torah, questo anche grazie al fatto che nel campo c’era un Mohel, che per fortuna, quando ci fu il rastrellamento degli ebrei Bengasini, non dimenticò di portare con sé gli “strumenti del mestiere”.
“Non ci consentivano di portare con noi i nostri vestiti” mi raccontavano i miei genitori, “ci tiravano a viva forza fuori dalle nostre case, poi ci spingevano sui camion, e se qualcuno stentava a salire da solo, veniva scaraventato sopra gli altri come se fosse un sacco di patate. Dopo un viaggio infernale giungemmo al campo.
Il campo brulicava di soldati Italiani e “Ascari” Libici che pattugliavano, c`erano anche fascisti in camicia nera, alcuni Tedeschi, e anche qualche carabiniere. Ogni mattina ci costringevano a metterci in fila, tutti gli ebrei nel piazzale del campo, rimanevamo così in piedi per ore sotto il sole cocente. Ricordiamo che c’era sempre una mitragliatrice spianata in alto, accanto al campo, e tutti guardavano in quella direzione. Chi si avvicinava al reticolato di filo spinato, veniva fucilato. C’era pochissimo da mangiare e da bere, nessun posto dove poter fare il bagno, non c’era sapone, nulla!!. Dicevano agli uomini: prendete quelle grandi pietre, e portatele in cima al colle, a metà strada molti esausti, cadevano e morivano. Chi riusciva a salire, arrivava che era già buio, e doveva ridiscendere con la stessa pietra. Lo stesso il giorno dopo. Centinaia di ebrei non sono mai tornati a casa, sono morti di malattia e di stenti, avevano il tifo …, li seppellivamo ammassando pietre sui corpi inermi avvolti in frammenti di lenzuola bianche, asciugamani, scialli o un pezzo di stoffa qualsiasi, sacrificati nel rispetto dei morti.
Uno alla volta, giorno dopo giorno, mese dopo mese. Uomini donne e bambini, tanti bambini perché erano i primi a cedere”.
“La gente moriva, ricordiamo padre e figlio morti di fame, ogni giorno 2 o 3 di noi morivano di stenti, non si poteva sopravvivere con quel poco che ci davano da mangiare, poi a colpire a destra e a sinistra senza guardare in faccia a nessuno, era arrivato il tifo portato dai ratti, non c`era scampo, eravamo già debilitati, i nostri corpi non avevano possibilità di resistere.”
“Poi una mattina urlando come dei forsennati, ci fecero uscire di corsa dalle baracche. Il maggiore urlava più di tutti, e lo seguivano gli “Ascari” arabi, erano le 8 del mattino più o meno.
Soltanto i maschi uomini e ragazzi erano stati convocati. C`era gente che cadeva per terra, e correva mezza nuda perché non aveva avuto il tempo per vestirsi.”
“Ci spinsero a malo modo verso il piazzale della bandiera, erano arrabbiati, era chiaro per tutti da giorni, che le cose non andavano più bene per gli Italiani, c`era stata la battaglia di “El Alamein”, e la dura sconfitta.”
“Vi stermineremo tutti!!” abbaiò uno degli ufficiali “abbiamo ricevuto l`ordine!”
“In seguito ci fu una lunga sospensione, gli Italiani aspettavano una telefonata con l`ordine definitivo, e con loro anche noi aspettavamo con l`angoscia nel cuore. La disperazione ci attanagliava le viscere e il petto, stentavamo a respirare, tremavamo, eravamo tutti pallidissimi, alcuni cadevano svenuti, moltissimi coprendo gli occhi con la mano destra mormoravano “Shema` Israel”.
Ma avvenne il miracolo, arrivò una telefonata che sospendeva tutto. Forse dettata dal timore di lasciare lo scempio dello sterminio alla vista degli Inglesi che avanzavano.”
Senza dubbio il campo di concentramento di Giado rimarrà per sempre una macchia nera ed indelebile nella storia Italiana.