di Meir El Saiegh

 BRURIA’

Uno dei più famosi e venerati Rabbini del popolo Ebraico, è Rabbi Meir Baal Hannes, che significa “Patrono dei miracoli”.
La sua tomba posta su una collinetta nei pressi di Tiberiade è meta di pellegrinaggio e di preghiera.
Meno conosciuta è la storia della moglie Brurià.
La prima volta che il giovane Rabbi Meir vide Brurià, fu folgorato dalla sua prorompente bellezza.
Era successo al mercato di Tiberiade, quando lei assieme alla sorella maggiore facevano la spesa.
Aveva il viso di un ovale perfetto, stretto alle tempie e un po` largo in basso, con grandi occhi neri, il naso dritto, la bocca perfetta sembrava disegnata, le labbra rosee e carnose, e quando rideva mostrava denti regolari e bianchissimi.
Le sue gambe erano dritte e forti, i fianchi tondi, il dorso longilineo, stretto alla vita e largo alle spalle. Il suo petto era sodo e alto.
Nemmeno l`abito austero e quasi monacale di lino che indossava, né il fazzoletto di seta che le copriva il capo, riuscivano a nascondere le provocanti curve sinuose del suo corpo, ed offuscare l`irruente bellezza del suo viso dai lineamenti perfetti.
Rabbi Meir sapeva che di solito lei andava con la sorella ogni giovedì al mercato a fare la spesa, e così dopo molte esitazioni, in uno di quei giovedì racimolò tutto il suo coraggio e le rivolse la parola.
“Mehila` mimmech” (Chiedo perdono), disse rivolgendosi a lei emozionato, “ma non sei la figlia di Rabbi Hanina`?”
I grandi bellissimi occhi neri di Brurià si posarono su di lui lampeggiando, “E tu chi sei? come osi rivolgermi la parola?” lo apostrofò.
“Dall`abito sembri uno che studia Torah, ma a quanto pare preferisci bighellonare al mercato e molestare le ragazze invece che studiare, e poi, che t`importa di chi sono figlia?”
“Niente, niente, solo che ho sentito spesso parlare di tuo padre, tutto qui,” rispose soggiogato dal suo sguardo, e intimidito dalla sua tagliente risposta.
“E poi, non sto qui a bighellonare, mi chiamo Meir e sono un Rabbi … sebbene da pochissimo tempo, sono qui solo per comprare un po` di frutta, non per molestare le ragazze.”
“Permettimi di aiutarti con le ceste” propose poi per apparire più disinvolto, ma Brurià non gli rispose e continuò con i suoi acquisti, piantandolo in asso.
Nei seguenti Giovedì Rabbi Meir si fece sempre premura di salutarla e scambiare qualche parola con lei.
All`inizio lei gli rispondeva a mono sillabe, poi a poco a poco si lasciò andare, divenne più malleabile, ed iniziò un pochino a conversare con lui.
Rabbi Meir la trovò arguta e senza fisime, rimaneva spesso sorpreso dalle sue risposte che denotavano molta intelligenza e anche una vasta conoscenza della Torah.
Qualche mese dopo, in uno di quei giovedì Rabbi Meir affrontò l`argomento che più gli stava a cuore.
“Brurià” le disse titubante ” volevo dirti che stasera ho l`intenzione di andare da tuo padre e chiedere la tua mano”, “con il tuo permesso naturalmente” aggiunse in fretta .
Brurià non rispose, lascià la sorella con le ceste, e se ne andò fuggendo a casa.
Quando quella sera, Rabbi Hanina` Ben Teradion sentì la richiesta di matrimonio, si ricordò del fatto che Rabbi Meir era uno dei cinque allievi che sopravvissero alla terribile epidemia che colpì quasi tutti gli allievi di Rabbi Akiva.
Esitò a dargli una risposta, ma la sua esitazione durò solo poco, poi accettò.
La sua esitazione derivava da due motivi: il primo, riguardava le origini di Rabbi Meir, che sebbene era considerato un giovane promettente Rabbino, quando nacque non era Ebreo e il suo nome era Nehorai.
La sua famiglia discendeva nientepopodimeno che dall`Imperatore Nerone.
Nehorai, giovanissimo, iniziò a studiare la lingua Ebraica. Scoprì che la lingua Ebraica era una lingua particolarissima, che aveva la facoltà di agire sull`anima in modo diverso dalle altre lingue.
Era come se fosse costituita di suoni che evocano immagini soprasensibili. Questo accadeva specialmente quando studiava la Torah. Ogni lettera risuonava evocando e presentando l`immagine corrispondente nella sua coscienza.
Affascinato, abbracciò la religione Ebraica, e cambiò il suo nome in Meir che significa “colui che illumina”.
Il secondo motivo per cui Rabbi Hanina` esitò, era per il fatto che sua figlia maggiore era ancora nubile, e a quei tempi dare in sposa la figlia minore prima della maggiore era una cosa molto inconsueta.
Ma Rabbi Hanina` conoscendo l`indole turbolenta di sua figlia, che sebbene era una ragazza virtuosa e timorata da Dio, gli dava spesso del filo da torcere, sperava che sposandosi, il suo carattere sarebbe un po` cambiato, e sarebbe diventata più mansueta.
Si sposarono tre mesi dopo.
Rabbi Meir visse nella seconda generazione dopo la distruzione del Beit Hammikdash (Il Grande Tempio di Geruslaemme), e con il passare del tempo entrò a fare parte dei Tannaim, i redattori della Mishnà, che designa l`insieme della Legge Orale, e la compilazione della Tradizione, e il suo studio.
Il famoso Rabbi Akiva fu uno dei suoi maestri, e le sue lezioni riscuotevano molto successo tra tutti i ceti sociali.
Purtroppo anche i grandi uomini sbagliano, e Rabbi Meir sebbene era diventato una grande Rabbino stimato da tutti, commise nei confronti di Brurià lo sbaglio più madornale della sua vita, di cui si pentì poi amaramente.
Spesso lei polemizzava con lui sui vari aspetti della religione Ebraica.
Non era d`accordo per esempio che Rabbini dell`epoca definivano le donne in generale “Kallot Daat” (Massechet Kiddushin), cioè “Dal comportamento leggero”.
“Le donne non sono tutte uguali” gli rimproverava spesso aspramente, “A quei Rabbini che hanno scritto questa calunnia, bisogna togliere il titolo, e gettarli nel lago”.
E qui, Rabbi Meir decise di mettere alla prova la moglie.
L`indomani chiamò un suo allievo di bellissima presenza di nome Yair, e dopo avergli dato una vaga spiegazione, gli ordinò di sedurre Brurià.
Yair sebbene molto perplesso, ubbidì, e iniziò a circuirla.
La prima volta che cercò di sedurla esprimendo alcuni apprezzamenti lusinghieri sulla sua bellezza, si prese una bastonata in testa.
Con la testa tutta dolorante si presentò al Rabbi e gli raccontò l`accaduto.
“Fa` niente Yair, fa` niente, calmati adesso”, gli disse Rabbi Meir. “Fra qualche giorno, quando ti sentirai meglio, ritenta”.
Pur non ammettendolo, nel suo intimo era compiaciuto dal comportamento di Brurià.
Il secondo approccio di Yair fu più fortunato, sebbene riluttante, ella acconsentì a chiacchierare un po` con lui.
Gli chiese sorridendo come stava dopo la botta che aveva ricevuto, e lui le fece vedere la testa tumefatta, lei scoppio a ridere, un po` pentita per averlo malmenato così duramente.
E così a poco a poco Yair si accattivò le sue simpatie, e i loro incontri all`inizio sfuggevoli poi più lunghi, diventarono per lei un eccitante diversivo.
Sebbene esteriormente non si intravedeva nulla d`insolito, gli incontri con l`alunno del marito avevano lasciato il segno nel cuore di Brurià. Rimaneva spesso alquanto turbata dalle sue parole e dalla sua presenza.
Mai aveva visto un uomo così bello e attraente, e quel continuare a pensare a lui, oltre che a crucciarla, le faceva intravedere alcuni aspetti del suo carattere di cui era ignara, e che la sorprendevano. Voleva toglierlo dai suoi pensieri, ma non ci riusciva.
Una sera Yair guardandola negli occhi le disse “Non faccio che pensare a te tutto il tempo”, poi recitandole una frase che aveva letto in qualche libro continuò. “Sei il fiore più bello del giardino dei miei pensieri” e nel dire ciò le sfiorò le mani.
Quel contatto procurò a Brurià un fremito di piacere che la trapassò per tutto il corpo,
Le diede appuntamento l`indomani sera nella sua dimora, pregandola di non mancare.
Brurià non rispose alla sua proposta, lo salutò e se ne tornò a casa.
Giunta a casa si rinchiuse nella sua camera. Una ridda di pensieri le turbinavano nella mente. Sapeva che se fosse andata all`appuntamento, avrebbe commesso un grave peccato e infranto le Leggi della Torah.
D`altro canto la passione e il fuoco del desiderio le ardevano nel petto, ed offuscavano la sua facoltà di ragionare e prendere la decisione giusta.
Diede parte della colpa su ciò che succedeva anche al marito, che tutto preso dalle molteplici attività che il suo dovere di Rabbi lo imponeva ad adempiere, trascurava il suo dovere di marito.
Frustrata, iniziò a piangere silenziosamente. Il pianto la calmò, e a poco a poco iniziò a intravedere le cose con più serenità.
Prese una decisione.
L`indomani all`imbrunire s`incamminò verso il sentiero che portava alla casa di Yair.
La casa era costruita su un pendio scosceso di una collina, e dominava dall`alto, il lago di Tiberiade.
Yair viveva con un altro amico, pure lui alunno di suo marito, ma lui le aveva assicurato che quella sera sarebbe stato fuori casa.
Ansimante dalla lunga salita, finalmente arrivò. Yair l`aspettava nel cortile, mentre Rabbi Meir avvisato da questi, era nascosto dentro la casetta.
“Sei venuta finalmente” le disse lui avvicinandosi, “vieni! entriamo!”.
” Yair aspetta! volevo dirti che …”. Si ammutolì, irrigidendosi, vedendo suo marito apparire all`improvviso.
“Allora Brurià” le disse Rabbi Meir con tono sarcastico misto con amarezza, “Hai qualcosa da dirmi? Hanno ragione i Rabbini a definirvi Kallot Daat, oppure continui ad affermare che sbagliano?”
Brurià era pallidissima, immobile stentava a respirare, il cuore le batteva all`impazzata, cercò di dire qualcosa, ma la sua bocca non poté articolare nessuna parola, era paralizzata.
Si riprese da quel torpore che l`aveva assalita e repentinamente iniziò a correre verso la scala che portava al tetto, si arrampicò e giunse alla meta.
Afferrò poi la scala e la issò sopra il tetto, impedendo così ai due uomini di raggiungerla.
Dall`alto vedeva suo marito e Yair che la guardavano sconcertati, entrambi immobili come due statue.
Il tempo pareva si fosse fermato.
Alla sua destra a qualche centinaio di metri, il lago di Tiberiade come un grande specchio, giaceva liscio e piano, non tirava un alito di vento, e sarebbe parso immobile, se non ci fosse stato il rispecchio delle luci dell`imbrunire che si specchiavano dall`alto.
Alla sua sinistra si apriva un crepaccio nella collina che scendeva a precipizio verso il basso.
Sentiva sullo sfondo quel mormorio che si sente in un villaggio quando scende la sera, e che, dopo pochi momenti dà luogo alla serenità della notte.
Vedeva luccicare qua e là i fuochi accesi nelle case, sentiva nelle strade la gente scambiarsi saluti.
Vedeva in lontananza alcune barche di pescatori attraccare nel piccolo porticciolo.
Distingueva le case, le capanne, la piazzetta vicina a casa sua, quanto ricordi erano legati a quei posti!
I sogni della sua infanzia, le brevi gioie e le vane speranze di tutta la sua vita venivano in vesti grigie come nebbie della sera.
Una malinconia profonda le fece vibrare le corde del suo petto.
Lacrime amare invasero i suoi occhi, scendendo copiose, solcando il suo viso.
Diede un ultimo lungo sguardo al lago come per imprimere bene la sua immagine nella sua mente, e si lanciò nel precipizio.