di Meir El Saiegh

Racconti bengasini (3)

GIULIO HASSAN E LA VEDOVA RUBIN

Personaggi e fatti di questo racconto sono puramente immaginari.

 

Avevo quasi quindici anni quando in quella bellissima luminosa giornata d`estate di quel lontano 1957, mi salto` in testa l`idea di andare a trovare Giulio Hassan per fare sua conoscenza.

Avevo appreso che Giulio viveva a nord della spiaggia di Giliana, oltre il monumento dei caduti italiani, e siccome quel giorno ero con la mia famiglia in spiaggia poco lontano dal posto, inforcai la mia bicicletta e pedalai verso quella meta.

Quelli che conoscevano Giulio di persona erano pochi, pero`non c`era ebreo della piccola comunita`di Bengasi, che non ne aveva sentito parlare.

Molti dicevano  che era un tipo strambo, alcuni lo definivano un saggio, altri dicevano che era un eremita, e alcuni affermavano addirittura che era un po` tocco.

Su un fatto pero` erano tutti  d`accordo: Giulio Hassan era la persona piu` tranquilla, affabile e cordiale di questo mondo.

Aveva all`epoca trentanove anni , ed era orfano di entrambi i genitori, morti di tifo nel campo concentramento di Giado.

Giulio si salvo` perche` quando gli italiani misero in atto il grande rastrellamento degli ebrei di Bengasi per deportarli al campo, lui era a Barce da una sua vecchia zia.

Rimase li` fino alla fine della guerra, e siccome quando torno` a Bengasi, la casa dei suoi genitori era ridotta a un ammasso di macerie a causa dei bombardamenti aerei, e denaro per ricostruirla non ne aveva, ando` a vivere vicino al mare, in una caserma semidistrutta e abbandonata dell`esercito italiano poco lontano da Giliana, la bellissima spiaggia di Bengasi.

Il posto era molto lontano dal centro della citta` dove vivevano quasi tutti gli ebrei, ma a Giulio che era  un sognatore, il posto piaceva, e poi, in verita` non aveva molte scelte.

Dopo una mezz`oretta  arrivai al posto.

Lungo il muro della caserma, sbiadita dal tempo, una scritta a caratteri cubitali esortava: “Credere, Ubbidire, Combattere”.

Giulio (l`avevo riconosciuto dalle descrizioni di coloro che lo conoscevano), in calzoncini corti e a petto nudo stava pescando.

Accanto a lui, in un secchio ammaccato, pieno di acqua marina, galeggiavano i pesci che aveva gia` pescato.

Alto, muscoloso, dal portamento eretto, con la pelle abbronzata dal sole, avrebbe potuto posare per la statua di Sansone, il suo viso, con quei lunghi capelli neri, l`ampia fronte e gli occhi dolci color nocciola, era bellissimo.

La rigida austerita` della sua vita, e l`incessante esercizio fuori e dentro la acque del mare, avevano fatto si` che il suo corpo assumesse la robustezza di un atleta.

Lo salutai, conosceva i miei genitori e sapeva che anche loro erano stati deportati in quel famigerato campo dove i suoi genitori persero la vita. E quando gli raccontai che pure io avevo un legame con quel campo di morte, perche` ero nato li`, mi fisso`per lunghi istanti senza dire nulla.

Viveva li` dalla fine della guerra, e si trovava benissimo. Si nutriva di pesci che pescava, e ogni tanto, quando la pesca era abbondante, prendeva qualche cernia o qualche orata, e andava al mercato per venderli o barattarli con della frutta e della verdura o altra roba.

I macellai ebrei, ogni volta che lo vedevano arrivare tutto sorridente, cercavano di regalargli un chilogrammo di carne o un paio di galline,  ma lui se non aveva denaro per pagare, o qualche pesce per contraccambiare rifiutava, malgrado le loro insistenze.

Lui era fatto cosi`, non amava ricevere regali da nessuno.

Mi invito` a unirmi a lui a pranzo. Era un pescatore meraviglioso, scelse due sogliole e alcune sardine, e dopo averli puliti e spalmati con un po` di olio, le arrosti` usando un  fuoco di legna nella cucinetta della caserma, fu senza dubbio uno dei pranzi piu` squisiti che abbia mai mangiato.

E cosi`diventammo amici malgrado la differenza d`eta`. Spesso mi univo a lui a pescare, era una compagnia molto piacevole, e con lui, mi sentivo completamente a mio agio.

Andavo spesso a trovarlo, e ogni volta gli portavo della frutta, o qualche pezzo di “safra” oppure del  “bulu” che mia madre preparava.

All`inizio non ne voleva sapere, ma dopo che gli dissi che se non accettava non mi sarei piu` unito a lui ai pranzi che preparava, accetto`. “Comunque non devi disturbarti” mi diceva spesso sorridendo, “Qui ho tutto il necessario”.

Un giorno gli chiesi se non si sentiva triste tutto solo per tutta la notte.

Giulio scrollo` il capo ” C’e` una quantita` di cose da fare che non immagineresti mai, cose che prima di venire qui non m`ero mai sognato. E` interessante per esempio, poter riflettere in pace completamente soli sotto le stelle ascoltando il fruscio delle onde che s`infrangono dolcemente sulla riva, mentre tutti gli altri sono addormentati.

Un tempo avevo altri pensieri per la testa, ma ero felice? non credo proprio, ora invece penso ad altre cose: perche` si forma la rugiada, perche` i fiori profumano piu` intensamente la notte….. resto affascinato ed e` anche emozionante.

Il caffe` per esempio, non ho mai gustato miglior caffe` di quello che mi preparo al mattino nella mia cucinetta con un focherello. E` vero, all`inizio non e` stato facile, ho passato momenti difficili….. pensavo solo alle sofferenze dei miei genitori a Giado….la cosa non mi dava pace…e anche oggi la ferita non e` ancora rimarginata….farei…. farei  qualsiasi cosa pur di dimenticare quella tragedia…”

La voce di lui lascio` il posto a uno strano silenzio, come se un ricordo, una visione, lo avessero assalito. Per lunghi minuti rimase cosi` guardando lontano verso l`orizzonte con gli occhi lucidi di commozione.

Le vacanze scolastiche finirono e giunse l`inverno, le mie visite a Giulio si diradarono, andavo da lui una o due volte al mese se il tempo permetteva, oppure andavo al mercato per incontrarlo, sapendo che il giovedi` era il giorno in cui lui di solito andava li` per vendere i suoi pesci.  Un giorno appresi dai macellai ebrei che  era quasi un mese che non si faceva vedere.

Ero seriamente preoccupato, cosi`decisi che l`indomani avrei marinato la scuola per andare a vedere cosa succedeva.

L`indomani bene incappottato, con la sciarpa avvolta al collo, inforcai la mia bicicletta e pedalai verso Giliana.

Arrivai tutto trafelato alla caserma, il mare era tempestoso, e  tirava un vento fortissimo, per fortuna non pioveva.

Di Giulio nessun segno di vita, non un filo di fumo, che uscisse dal sottile fumaiolo di latta. Nulla!

Lo chiamai, un lungo alto grido che parve sperdersi nella desolazione di quel posto cosi`incantevole in estate e cosi` tetro in inverno.

Nessuna risposta. Null`altro che una completa immobilita`. Si sentiva solo l`ululato del vento che mi sferzava la faccia.

Il mio impulso era di tornare a casa, ma l`istinto e un senso di rimorso mi dissuasero,

Attraversai il tratto sabbioso che portava alla caserma ed entrai.

Giulio giaceva sulla branda, la stanza era gelida come una ghiacciaia, vestito di stracci, avvolto in un vecchia coperta, era disteso sulla schiena e tremava come una foglia.

Gli toccai la fronte, scottava. Notai che respirava con difficolta`, e ogni tanto lo assaliva una tosse secca e fastidiosa.

“Giulio, Giulio” gli dissi, “perche non mi hai risposto?” Alzo` gli occhi con uno sguardo attonito e spento.

“Non ti ho sentito, non ho udito nulla”. “Da quanto tempo sei ridotto in questo stato?” “Da una settimana o presso a poco, ho dolori al petto” balbetto` Giulio battendo i denti.

Cominciai a riflettere, Giulio era malato, la squallida stanza della caserma non avrebbe potuto servire da riparo neppure a un cane, la dispensa, spalancata, non conteneva viveri. Dovevo farlo uscire da li`al piu` presto.

Mi ricordai allora della vedova Rubin che viveva non lontano  da li`, e decisi di andare a chiederle aiuto.

La signora Halu Rubin aveva quarantaquattro anni, era una bella donna, dal seno prosperoso, ben fatta, con gli occhi neri come prugne.

Traboccava di vita e di energia, e da quando le era morto il marito, la sua energia aveva dato prova di essere inesauribile.

Le pettegole della comunita` ebraica di Bengasi dicevano che stava diventando acida, e quelli che la sapevano lunga, ridacchiando di nascosto, adducevano una valida ragione che pero` nel caso di Halu, era assurda, perche` numerosi ammiratori avevano corteggiato la vedova Rubin (o la sua proprieta`), ed erano stati messi decisamente alla porta.

Era una donna ricca, viveva con una vecchia zia e una domestica in una casa molto spaziosa circondata da un alto muro, in cima ad esso, per tutta la sua lunghezza, incastonati con del cemento c`era una grande quantita` di frammenti di bottiglie di vetro di vari colori per impedire ai ladri di arrampicarsi.

La casa comprendeva cinque stanze, in mezzo alla quale, c`era un grande cortile.

Vicino a questa casa c`era un grande capannone che fungeva da stabilimento per la produzione e la colorazione di tappeti che la vedova Rubin gestiva con il marito quando era in vita.

Morto questi d`infarto, la signora Rubin continuo` con questa attivita`.

Nello stabilimento lavoravano una decina di operai arabi.

I tappeti che produceva erano per lo piu` dei tappetini da affiggere ai muri, raffiguravano degli animali: leoni, gazzelle, cervi, cavalli ecc… Erano fatti molto bene, ed erano molto diffusi.

Moltissimi li appendevano per decorare le loro stanze.

Con poche rapide frasi le descrissi il grave stato di Giulio, e la pregai di ospitarlo a casa sua per qualche giorno.

“Tu sei il figlio di Clemente, quello dei medicinali, vero? ” mi disse squadrandomi, e senza aspettare la risposta continuo` “conosco tuo padre, e` una brava persona, e  conosco anche quel barbone di cui parli, l`ho visto alcune volte e non sono sicura di poterti accontentare. Ho troppo da fare qui per potere perdere tempo con uno come quello, a me gli straccioni e i fannulloni non vanno molto a genio”.

“E` un ebreo come noi signora Rubin, una persona bravissima, glielo assicuro!” le dissi con enfasi, ” deve fare questa “mitzva`”, la Torah ci esorta ad aiutare i poveri, se non ci aiutiamo fra noi che fine faremo? La prego signora Rubin, la prego!”

Infine ella si decise di malagrazia a lasciarsi persuadere. Imparti` alcuni secchi ordini. Due dei suoi operai mi accompagnarono con il camioncino dello stabilimento per portare Giulio nella casa.

Nel frattempo mando` un altro operaio in citta` a chiamare il dottore, dopo avermi ben chiarito che l`onorario, lei non l`avrebbe pagato, e  che spettera` a me o a mio padre farlo.

Dopo un oretta eravamo di ritorno, i due operai sollevarono Giulio. “Da questa parte!” grido` Halu osservando con manifesto disgusto il miserevole stato in cui si trovava. “Portatelo nella stanza vicino alla cucina!”

Giulio la fissava come uno scolaretto che subisce una ramanzina. “Mi dispiace signora” rabbrividi` “domani stesso tornero` alla mia casetta” “magari” mormoro` la signora Rubin fra i denti, “sarebbe una grande liberazione. Qua! Da questa parte! E cercate di non fare troppo disordine!”.

Con un gesto stizzoso, indico` la comoda stanza dove era stata accesa una stufa a petrolio. Essendosi decisa, pur controvoglia a mostrarsi caritatevole, sembrava volesse farlo in grande stile.

I due operai spogliarono Giulio e lo misero a letto, poi venne il dottor Renato Nahum che mi conosceva bene, perche` veniva spesso da mio padre che era importatore e grossista di medicinali per consultarsi sulle nuove  medicine del mercato.

Mi saluto` cordialmente. Dalla sua espressione capi` che era stupito di trovarmi li`.

Visito` Giulio, dopo di che entro` nel salotto dove la signora Rubin lo stava aspettando.

“E` un pricipio di pleurite, un colpo di freddo signora Rubin” le annuncio` sollevato,  “molto meno di quanto mi aspettassi. Si sta riavendo adesso, fra pochi giorni dovrebbe essere guarito e togliervi il disturbo. E` di una robustezza meravigliosa”.

Ella sbuffo` sarcastica, “intanto dovro` trascurare tutto il mio lavoro, e Dio solo sa quanto sono occupata per curarlo.”

“Non ci vorra` molto” la rassicuro` sorridendo il dottore, “conosco Giulio abbastanza bene, non appena si sentira` meglio, sparira` come un razzo. E` un tipo timido. Se potesse fare a modo suo , non rimarrebbe qui ne` per amore ne` per denaro”

“Davvero!” esclamo` lei in tono severo, e poiche`sembrava non avesse altro da dire, io e il Dottor Renato ce ne andammo.

L`indomani al pomeriggio, mi permise di unirmi a lui in carrozza e accompagnarlo a visitare Giulio.

Fu la signora Rubin ad aprirci la porta. “Voi e il vostro colpo di freddo!” esclamo`indignata rivolgendosi al dottor Renato. “Non sapevate che il poveretto moriva di fame? Non aveva mandato giu` un solo boccone da quattro giorni, e oltretutto moriva dal freddo.”

Il dottor Renato fece un gesto di deprecazione. “Beh, e` cosi` che gli piace vivere, vedete…..”

Ella lo interuppe brusca. “E` uno scandalo che grida vendetta” dichiaro` con impeto, “il fatto che un uomo debba condurre una vita del genere. E io che non ne sapevo nulla, che non avevo la piu` pallida idea, benche` egli fosse, si puo` dire, il mio dirimpettaio. Non mi ero mai accorta di quell`uomo, altrimenti lo avrei messo subito a posto.”

Tacque un attimo, poi  “E quei suoi vestiti….. che roba! Li ho bruciati non appena li ho visti. Non erano degni di un essere umano…..si`, e` anche una persona come si deve, se il buon senso non m`inganna.”

S`interuppe, fissandoci con uno sguardo bellicoso. Aveva tutta l`aria di voler dire molto di piu`, ma, non senza sforzo, riusci` a controllarsi, e con un incedere affettato, ci fece strada verso la camera dove stava Giulio.

A tutta prima non lo riconoscemmo, perche` entrando nella stanza provammo la piu` grande sorpresa della nostra vita.

I capelli di Giulio erano stati tagliati, era sbarbato, lavato e avvolto in una bella camicia da notte di flanella. Nonostante la pleurite aveva un aspetto splendido. “Giulio! ma sei tu?” escalmai abbracciandolo,  “hai un aspetto molto migliore oggi.”

“Mi sento meglio” rispose Giulio con la sua solita semplicita`. “La signora mi ha curato a meraviglia, ma credo che domani tornero` alla caserma.”

“Non ci tornerete affatto invece” disse la signora Rubin, severa, stando sulla soglia. “State tutt`altro che meglio sciocco, e lo sapete benissimo.”

Infatti Giulio non stava ancora bene, aveva ancora qualche grado di febbre, e il dottore auscultandolo, senti` un lieve crepitio nel fianco.

“A proposito” disse il dottore dopo la visita, rivolgendosi alla signora Rubin, domani non potro` venire a visitarlo, cosi` non vi disturbero` fino a dopodomani.”

“Scusatemi!” rispose lei incrociando le braccia al petto in gesto minaccioso, “ma si direbbe che dimenticate di avere a che fare con un malato. Mi userete il piacere di venire senz`altro a visitarlo anche domani. Immagino che siccome il poveruomo non ha il becco di un quattrino per pagarvi, pensiate di poterlo trascurare. Ma paghero`io quanto vi e` dovuto compresi i viaggi in carrozza, e con questo tutto e` sistemato.”

Il giorno dopo mi unii ancora al dottor Renato. Giulio era ormai in via di guarigione. “E` molto gentile con me, sapete dottore.” disse, “ma sara` meglio che me ne torni a casa domattina.”

Halu Rubin non si degno` di rispondere, tuttavia, poco dopo, in salotto, disse al dottore con la massima decisione:
“Non deve tornare in quella orribile caserma finche` non sara` curato e completamente guarito. Non da` disturbo, proprio nessuno. E` un brav`uomo, un uomo semplice”,  e a questo punto la sua voce assunse un tono quasi sognante “un uomo notevolissimo, a essere sincera, incapace di parlar male di qualcuno. E dice certe cose…..beh sono sensate…..non riuscireste a crederci. Sapete dottore che non fuma e non ha mai assaggiato un sorso di alcool? ” E con tono indignato aggiunse ” Pensare che in tutti questi anni ha vissuto solo, e in questo modo. Quanto al suo aspetto……beh, non si potrebbe certo scambiarlo per un servo. E` l`uomo piu` bello, ben fatto e robusto che abbia mai visto.”

A questo punto cogliendo lo sguardo del dottore e il mio che me ne stavo un po` a disparte, arrossi`, e consapevole a un tratto, del proprio rossore, strinse le labbra, assumendo un espressione austera.

“Ci rivedremo domani dottore” concluse con formale distacco e ci accompagno` alla porta.

Il giorno dopo Giulio era alzato, indossava un buon vestito di lana, e aveva un’ottima cera. ” Ma che bel vestito Giulio!” esclamai. “Sembri un attore del cinema.” “Si`, non c’e`male” mi rispose con il suo sorriso cortese e innocente. “Era del signor Rubin, il defunto signor Rubin”. Il dottor Renato lo visito`accuratamente,  e dichiaro` che Giulio era ormai guarito.

In quel momento la signora Rubin entro` affacendata nella stanza, con l`aria piu` compiaciuta del mondo e un espressione di felicita` quale non aveva avuto da molto tempo ” Non ha un bell`aspetto?” osservo` in tono possessivo. “Mi ha promesso di fare una passeggiata con me questo pomeriggio. Tornerete ancora domani dottore?”

“No!” rispose lui deciso, “non ho piu` nulla da fare qui, le visite sono finite.”

Ma invece torno`. Entro quello stesso mese, per assistere alle loro nozze.