di Meir El Saiegh

RACCONTI BENGASINI (6)

 IL BULLO DI PIAZZA MUNICIPIO

Fatti e personaggi di questo racconto sono puramente immaginari

 

I Cristiani che vivevano a Bengasi negli anni Cinquanta, ostentavano una certa aria di superiorità verso gli Ebrei. Malgrado ciò, il rapporto fra di loro era imperniato sul rispetto reciproco, ed era abbastanza corretto.
Eccezione fatta per Rosario Proietti e la sua cricca.
Rosario Proietti era un tarchiato, massiccio giovanotto di 25 anni, con delle spalle spaventose, un viso smorto e arcigno, e piccoli occhi beffardi.
Era il caporione riconosciuto della combriccola che oziava al Caffè O.E.A in Piazza Municipio, il centro della città.
La sua espressione era improntata alla massima strafottenza, perché fino da quando era un ragazzetto, non aveva mai avuto rispetto per nessuno.
Aveva una deprecabile abitudine: Ogni volta che un Ebreo passava vicino al Caffè dove sedeva con la sua cricca, sputava per terra, e proferiva sempre le stesse parole: “Porco Giuda e porci gli Ebrei”. Tutto accompagnato dallo sguaiato sghignazzare dei suoi compagni.
Quasi nessun Ebreo osava replicare, e con il passar del tempo, tutti preferirono passare al marciapiede opposto per evitare di essere insultati.
Quei pochi che racimolando tutto il loro coraggio, ribattevano qualcosa, ricevevano una sventola che li faceva volare a due metri di distanza.

Da ragazzo, Rosario aveva cominciato a marinare la scuola, fracassato i vetri delle finestre, capeggiato una banda di piccoli teppisti, e più volte aveva corso il rischio di annegare nel mare di Giliana, nuotando in acque troppo profonde.
Eccelleva in ogni genere di sport, dal calcio, giocato con una scatola di latta in mezzo alla strada, al pugilato … Si, soprattutto nel fare a pugni.
L’espulsione dalla scuola, cosa inevitabile, aveva costituito per lui una pura gioia.
Lavorava saltuariamente nel cantiere navale del porto di Bengasi.
Viveva con la madre, una amabile anziana signora malandata di salute, che veniva tenuta sotto osservazione dal Dottor Renato Nahum, che si faceva premura di visitarla una volta al mese. E, siccome la sua situazione economica era piuttosto precaria, succedeva spesso che il Dottore rinunciava al suo onorario.

Ed ecco che un pomeriggio, finito il suo turno in Infermeria, il Dottor Renato, avendo voglia di bere un cappuccino, si diresse verso Piazza Municipio. Ignaro di quell`andazzo che era diventato ormai una consuetudine, si avvicinava al Caffè dove sedevano Rosario e la sua banda.

Rosario stava sorseggiando un caffè, pensando alle vacanze che aveva progettato di fare a Vicovaro, un paesino vicino a Roma, da sua zia Annamaria. Più che riabbracciare la zia, voleva rivedere sua figlia Rossella.
Non poteva scacciarla dai suoi pensieri da quando l`aveva rivista due anni prima. Era molto tempo che non la vedeva, e stentò a riconoscerla, da ragazzina insignificante era diventata una bellissima giovinetta.
Quell`incontro l`aveva folgorato.
Rossella aveva il viso di un ovale perfetto, stretto alle tempie e un po` largo in basso, con grandi occhi neri, il naso dritto, la bocca perfetta sembrava disegnata, le labbra rosee e carnose, e quando rideva mostrava denti regolari e bianchissimi.
Le sue gambe erano dritte e forti, i fianchi tondi, il dorso longilineo, stretto alla vita e largo alle spalle. Il suo petto era sodo e alto.
Nemmeno lo sciatto e banale vestito quasi monacale che indossava, riusciva a nascondere le provocanti curve sinuose del suo corpo, ed offuscare l`irruente bellezza del suo viso dai lineamenti perfetti.

Rosario, vedendo avvicinare il dottore, si sentì a disagio, volse il capo fingendo di non vederlo.
Per la verità non voleva compromettersi con il Dottore che era così buono con la madre, e che la curava praticamente gratis.
Ma i suoi amici, lo misero subito all`erta : “Rosario! attento! ecco un Ebreo che si avvicina” gli dissero ridacchiando concitati, già pregustando lo spettacolo che stava per iniziare.
E Rosario, seppur controvoglia, pur di non fare brutta figura davanti ai suoi amici, si vide costretto a proferire la frase rituale, solo che, questa volta omise di sputare per terra.
Colto di sorpresa, non capendo all`inizio cosa succedeva, il Dottor Renato pallidissimo, si volse verso Rosario: “Cosa hai detto?” “Hai sentito benissimo” ribattè Rosario.
Serrando i pugni Renato si avventò contro Rosario.
Un solo colpo venne sferrato, un unico, malinconico pugno.
Poi, di lì a due minuti, Renato rinvenne e si trovò seduto con le spalle al muro, stordito e un po` nauseato, dall`angolo della bocca gli scorreva sul mento un rivoletto di sangue.
Con la testa che gli girava, riuscì a mettersi in piedi e tornare a casa accompagnato dalle risa di scherno di quella banda di scimmie urlanti.

A casa, lavandosi il viso, si accinse ad affrontare il problema. Dentro di lui infuriava un’ira violenta come un uragano.
Bruciava al ricordo dell`insolenza di Rosario, ed era furioso per la propria incapacità.
Era giovane, robusto, ansioso di colpire in pieno il brutto ceffo di Rosario, eppure … eccolo a gemere in una vera agonia di umiliazione.
Doveva fare qualcosa, doveva assolutamente rimediare in qualche modo. Non poteva rassegnarsi a essere insultato e maltrattato in quel modo.
Finì di asciugarsi il viso e, aggrottando le sopraciglia, sedette a meditare.
Quella profonda indagine interiore doveva determinare come risultato un incontro fra Renato e l`ex sergente Italo Spalla.
Spalla, era un pezzo di uomo di cinquantadue anni, alto, con il volto asciutto, baffi impomatati, pantaloni attillati, braccia poderose, e un torace possente. La prestanza fisica era il suo feticcio.
E aveva innumerevoli medaglie vinte in gare di lotta, e di pugilato.
Correva del resto la voce che ai suoi tempi Italo Spalla fosse stato campione Italiano dei mediomassimi.
Quel primo pomeriggio, nella vasta palestra, vicino alla villetta dove viveva, egli colpì duramente Renato innumerevoli volte con pugni misurati, calmi, pugni controllati. Al termine dell`allenamento il sergente si tolse i grossi guantoni.
“Niente da fare, Dottore, sarebbe meglio che vi limitaste a esercitare la vostra professione, non avete la più pallida idea di come ci si debba muovere.”

“Ma posso imparare”, ansimò Renato. Il sudore gli scorreva a rivoli giù per il volto, l`ultimo pugno lo aveva colpito nel plesso solare, lasciandolo senza respiro. “DEVO imparare! Ho le mie buone ragioni, è solo la prima lezione, sarò costante, farò` del mio meglio, verrò qui tutti i giorni.”
L`ombra di un sorriso di delineò sulla faccia del sergente “Non avete paura” disse “ed è già qualcosa.”

Così ebbe inizio la campagna di guerra. Renato rinunciò alla passeggiata che soleva fare in via Marina ogni sera, e si recò invece alla palestra. Infilava un maglione e un paio di calzoncini corti, calzava un paio di scarpe da tennis, e si affidava al sergente, imparando i misteri dei sinistri, dei destri, e delle finte, imparando a servirsi dei piedi e della testa, imparando tutto ciò che il sergente era in grado d`insegnarli. Incassò alcuni colpi formidabili. Più faceva progressi, e più il sergente Spalla lo colpiva con forza.
Si sottomise a un allenamento tremendo. Si alzava all`alba e correva a lungo prima di una doccia gelata, poi faceva colazione. Eliminò dalla dieta i deliziosi dolci che sua madre preparava. Con deliberazione, ostinato, s`intestardì a diventare duro come il ferro.
Il dottor Leventakis con cui lavorava, subodorò qualcosa. Il suo sguardo penetrante indugiava spesso su Renato quando si faceva vedere al mattino con un orecchio più gonfio dell`altro, ma avendo il dono del silenzio, non disse mai nulla.

Al termine del primo mese Renato era già un discreto pugile. Dopo tre mesi, i suoi progressi avevano assunto un ritmo straordinario. Alla fine di Maggio s`incamminò verso la perfezione, e una sera dopo aver sostenuto sei rapide riprese in tre minuti contro Spalla, gli sferrò un tremendo diretto alla mascella che fece barcollare il sergente.
“Ne ho abbastanza” disse il sergente in tono deciso sfilandosi i guantoni. “Non intendo farmi martellare da un giovanotto che ha la metà dei miei anni.”
“Di che state parlando?” Domandò Renato stupito. “Intendo dire questo Dottore: vi ho insegnato tutto quello che so, sarebbe ora che cominciaste a picchiare qualcuno della vostra età.” Tacque per qualche minuto, poi, con subitanea curiosità, soggiunse: “Ora che siete diventato bravo quanto era in mio potere, forse sarete disposto finalmente a rivelarmi il motivo di tutti questi allenamenti.” Renato rimase silenzioso per un buon minuto, poi raccontò al sergente che cosa era successo con Rosario.
E una volta di più, un sorriso si diffuse sul volto asciutto del sergente.
“Perbacco”, egli dichiarò, “lo conosco bene quell`attaccabrighe dal collo taurino. E` robustissimo, ma adesso siete in grado di batterlo. Gli darete la lezione di cui ha bisogno da parecchio tempo.”
“Parlate sul serio sergente?” “Amico, ne sono certo. Non racconto balle, non vorrei trovarmi nei panni di Rosario quando lo avrete conciato per le feste.”

Renato tornò a casa quella sera, con gli occhi colmi di determinazione. In quelle settimane di allenamento era riuscito ad allontanare dalla mente la sua idea fissa, ma ora sapeva di essere pronto alla resa dei conti.
Tutta la cieca ira contro Rosario tornò a ribollire dentro di lui. Il ricordo della scena al Caffè, lo trafisse come una spada.

L`indomani entrando nella clinica vide un biglietto sulla sua scrivania: La Signora Accurso desiderava la presenza del Dottor Nahum in casa sua. Terminate le visite mattutine, Renato si diresse difilato verso la vecchia casa malconcia della madre di Rosario, che venne ad aprirgli la porta, con la grassa, tonda faccia atteggiata a un espressione ansiosa.
“Oh, Dottore, Dottore” come mai non siete venuto appena vi ho fatto avvertire? Non ho chiuso occhio tutta la notte per la preoccupazione.” “Non state a crucciarvi Signora Accurso” la rassicurò Renato, “Ben presto sarete di nuovo in gamba.”
“Ma non si tratta affatto di me. Il malato è Rosario!”
Rosario! Renato la fissò con la faccia stranita, poi pensieroso la seguì nella stanza adiacente. Qui, appoggiato ai guanciali su un lettino di ferro, con una camicia sporca, un pacchetto di sigarette da un lato, e un giornale sportivo dall`altro, c’era Rosario.
“Che cosa volete? Non abbiamo bisogno di un uomo per le pulizie” “Sta zitto Rosario, te ne prego!” lo ammansì la madre. “E mostra il braccio al Dottore.” Poi volgendosi a Renato: “E` un graffio che si è fatto al lavoro Dottore, verso la fine della scorsa settimana, ma ha cominciato a gonfiarsi, e oh, povera me, adesso fa addirittura spavento.”
“Il braccio è a posto” dichiarò Rosario con voce aspra. “Non voglio mostrarlo a nessun medico buono a nulla.”
“Oh, Rosario! Rosario!” brontolò la Signora Accurso “non riuscirai mai a frenare quella tua linguaccia?”
Renato aspettava, rigido in volto, cercando di dominare la sua collera. Poi con voce sforzata, disse: “Se mi lasciaste vedere questo braccio?” “Oh, andate al diavolo” protestò Rosario, ma tirò fuori il braccio con un movimento lento e pesante.
Renato vi diede un occhiata, e subito sbarrò gli occhi per lo stupore. Un enorme gonfiore andava dal polso fino al gomito, una tumefazione infiammata.
“Dovro` addormentarlo con il cloroformio e incidere il braccio” dichiarò impassibile.
“Neanche per sogno” disse Rosario “Il cloroformio non fa per me, se intendete macellarmi, potete farlo senza sonnifero.”
“Ma il dolore…..” “Al diavolo!” lo interruppe Rosario beffardo, “So benissimo che volete farmi del male. Fate pure, e vediamo se riuscirete a strapparmi un grido, questa è l`occasione propizia per vendicarvi.” Il sangue affluì al volto di Renato. “E` una spudorata menzogna, e lo sapete. Ma abbiate pazienza, vi guarirò, poi vi darò una lezione che non riuscirete più a dimenticare.” Aperta la valigetta, cominciò a preparare gli strumenti.
Fu una disgustosa faccenda incidere il gonfiore dell`infiammazione senza anestetico.
Il corpo massiccio di Rosario si irrigidì e il suo volto divenne grigiastro, mentre Renato praticava due rapide, profonde incisioni e cominciava a sondare per far uscire il pus.
Poi gli fasciò la ferita con garza imbevuta di iodoformio.
Quando fu tutto finito, Rosario prese una sigaretta e disse con disprezzo “Ne avete fatto poltiglia, non c’è che dire, ma che altro si poteva aspettare?” Poi con la sigaretta fra le dita, svenne di colpo.
Tornò in sé, naturalmente, ma stava tutt`altro che bene. Quel pomeriggio, quando Renato tornò a visitarlo, lo trovò in preda a una furiosa setticemia.
L`infezione si era diffusa nel sangue. Rosario delirava, la temperatura era salita a quaranta gradi e la frequenza del polso a 140. Lo stato del paziente era grave, ma la Signora Accurso si rifiutò risolutamente di lasciarlo portare all`ospedale.
“Rosario non vorrebbe saperne! Rosario non vorrebbe saperne!” seguitava a ripetere.
Così l`intera responsabilità del paziente ricadde sulle spalle di Renato.

Durante un’intera settimana egli lottò per la vita di Rosario. Lo odiava … ma sentiva di doverlo salvare.
Andò a visitarlo tre volte al giorno, fasciandogli il braccio. Andò personalmente un paio di volte da mio padre Z.L che era grossista di medicinali, a prendere dei nuovi antibiotici.
Non era certo un travaglio d`amore. In mancanza di una frase più espressiva, si potrebbe definirlo un travaglio d`odio.
Infine dopo una terribile settimana, Rosario superò la crisi. Sedendo a tarda ora della notte accanto al capezzale di Rosario, Renato si rese conto con certezza che il suo nemico sarebbe guarito. E infatti, verso mezzanotte, Rosario si mosse e apri gli occhi infossati che lampeggiando sul viso smunto e annerito dalla barba lunga, si fissarono sul medico.
A lungo, molto a lungo egli osservò Renato. Infine smuovendo le labbra esangui, sghignazzò”- Avete visto? … a vostro dispetto sto meglio”. Poi si assopì.
Infine quando Rosario fu in piedi e pronto a partire per trascorrere quel mesetto di vacanza a Vicovaro, Renato gli parlò a quattr`occhi in tono deciso.
“La cura è finita ormai. Adesso state meglio e andate a rinforzarvi in campagna. Benissimo, quando tornerete e sarete completamente ristabilito, vi darò la più sonora lezione che abbiate mai buscato.”
“Magnifico!” Rosario annuì, con aria di sfida, “Vi aspetterò al Caffè il giorno dopo il mio ritorno, Giovedì a mezzogiorno.”
Le quattro settimane passarono lentamente, trascorsero anzi, con estrema lentezza.
Renato contava i giorni ad uno ad uno. Odiava a tal punto Rosario da sentirne la mancanza; si, egli gli mancava davvero.
La vita era alquanto monotona senza il beffardo ghigno di Rosario e la sua lingua audace e tagliente. Ma infine l`ultimo Mercoledì del mese, Rosario arrivò a Bengasi.
L’indomani, il caffè O.E.A era gremito di gente. All`ingresso di Rosario scoppiò un grande applauso. La sua cricca gli tributò un’accoglienza da stadio, con canti e mazzi di fiori. Tutti volevano abbracciarlo, tutti volevano baciarlo. Tutti sapevano della sfida, e smaniosi, aspettavano per vedere se il Dottor Renato si sarebbe fatto vivo.
Ed ecco, a mezzogiorno in punto, il dottor Renato Nahum, a passi lenti si avvicinò al Caffè. L`animato schiamazzo cessò del tutto. Tutto pareva si fosse fermato. Sul marciapiede opposto, alcuni passanti, si erano fermati incuriositi.
Rosario, abbronzato, robusto, massiccio e sardonico si avvicinò a Renato. I due uomini si fronteggiarono in un profondo silenzio. Ma quello che accadde subito dopo fu terribile, tanto terribile da non potere quasi essere narrato.
Renato guardò Rosario, e Rosario guardò Renato. Entrambi atteggiarono le labbra a un timido, esitante sorriso. Poi, impulsivamente, si abbracciarono.