di Meir El Saiegh

Racconti Bengasini (2)

IL DOTTOR RENATO NAHUM

Personaggi e fatti di questo racconto sono puramente immaginari

Ringrazio il dottor Avi Zollberg, amico e medico personale per i suoi preziosi suggerimenti che mi hanno agevolato la scrittura di questo racconto.

Quando agli inizi degli anni Cinquanta, Renato, figlio unico del grande Isacco Nahum, uno degli uomini più influenti e ricchi della Comunità Ebraica di Bengasi terminò i suoi studi alla Facoltà di medicina dell`università degli studi di Bologna, e fece ritorno a Bengasi, tutta la comunità gli tributò un accoglienza trionfale.

Mai si era vista al piccolo porto di Bengasi una folla simile, una baraonda così variopinta e allegra. Tutti volevano salutarlo, baciarlo,abbracciarlo, toccarlo.

Molte donne, arcuando la mano destra attorno alla bocca lanciavano in aria quei gridolini di gioia caratteristici delle donne d`Oriente.

Erano tutti veramente orgogliosi del fatto che ecco, finalmente, un ebreo bengasino era riuscito a laurearsi in una delle più prestigiose università d`Italia, e in medicina poi.

Per i suoi genitori, fu indubbiamente il giorno più bello della loro vita.

Renato era un giovane di ossatura robusta, uno spilungone alquanto sgraziato, zigomi prominenti, il naso un po` lungo, e il mento forte dell`uomo ostinato, caratteristica ereditata dal padre.  Gli occhi, neri erano franchi e penetranti, si celava in essi un guizzo d`allegria.

Suo padre si era accordato con il Dott. Leventakis, suo carissimo amico e medico curante, affinché lo assumesse come aiutante per il periodo di tirocinio, e questi accettò senza esitare.

Il Dott. Leventakis si avvicinava alla cinquantina,  e quel pedalare in bicicletta quasi ogni giorno per diversi chilometri per visitare i malati che non erano in grado ad arrivare in clinica, era penoso per lui, e  contava sull`aiuto del giovane dottorino appena sfornato dall`Università.

 E così, qualche giorno dopo il suo rientro a Bengasi, Renato , un po`emozionato, si presentò nella casa del Dott. Leventakis.

La casa era composta da due piani, al pianterreno c`era un giardinetto ben curato da cui si accedeva alla clinica, e al primo piano l`abitazione del Dottore dove che ci viveva con la moglie e le sue due figlie.

 Il Dottor Leventakis lo accolse con un largo sorriso, misto di velata ironia.

Nella stanza c’era anche un uomo male in arnese, che se ne stava silenzioso in disparte.

” Buon giorno” disse il Dottore, “Benvenuto nella mia clinica……Dottore, e` molto bella quella vostra valigetta nera. Si, è nuova di zecca, e lustra….con il suo bravo stetoscopio e tutti gli aggeggi più moderni… bella e completa. Non v’e` da meravigliarsi se morite dalla voglia di adoperarla”.

“Questo e` Gaetano” continuò poi, “Vi aspettava, suo figlio sta male, dice che ha la febbre e non mangia da due giorni, andate con lui e vedete come potete aiutarlo, comunque portate con voi del siero, tanto per precauzione, e` sullo scaffale destro, entrando nella saletta in fondo all`infermeria. Venite! vi farò vedere, non voglio che facciate tutti quei chilometri per accorgervi poi che invece di laringite, sarà qualcosa di più grave”.

La carrozza con cui era arrivato Gaetano li attendeva poco distante, salirono, ed inziarono il viaggio.

Il padre, un pescatore maltese, gli spiegò in un italiano zoppicante che suo figlio aveva tre anni, e che quella mattina il suo stato era peggiorato. Detto ciò si rinchiuse in un silenzio imbarazzato.

Dopo mezz`ora di viaggio arrivarono alla modesta casetta del pescatore nel quartiere Nabi Musa, abitato prevalentemente da pescatori maltesi.

Mentre scendevano dalla carrozza, si avvicinò la moglie del pescatore.

I suoi occhi scuri e vivaci spiccavano sull`ansioso pallore del volto.

In silenzio entrarono. La moglie  aiutò Renato a togliersi la giacchetta, poi benché seguitasse a non pronunciar parola, con lo sguardo preoccupato indicò il letto dove giaceva il figlio malato.

Renato si avvicinò, il bimbetto si agitava irrequieto sotto l`unica coperta, la fronte madida di sudore, il volto cianotico, mentre ansimava e si sforzava di respirare.

Nonostante la sua inesperienza, uno sguardo fu sufficiente: difterite laringea!

Rapido compresse con il dito la lingua del piccolo paziente.

Si, le fauci erano completamente coperte da una spessa membrana bianco-verdastra.

“Ho tentato di dargli qualcosa da mangiare Dottore, ma ha rifiutato” mormorò la madre.

“Non può inghiottire” disse  Renato.

Siccome era nervoso, la sua voce suonò poco cordiale, persino aspra.

“Sta male, allora Dottore?” ella sussurrò portandosi la mano sul petto.

“Male” pensò Renato, stringendo con le dita il polso del bambino “Non riuscirebbe neppure a sognarsi quanto sia grave”.

Chinandosi, procedette a un completo e attento esame. Non si potevano nutrire dubbi di sorta: il bimbo stava morendo.

“Che orribile coincidenza” pensò, il suo primo caso era un bambino moribondo.

 Afferrò la valigetta, l`aprì, riempì una grossa siringa con siero antidifterico.

Il bimbo gemette appena, mentre l`ago affondava nella coscia e il siero defluiva lentamente.

Sentì su di se lo sguardo teso dei genitori, colmo di aspettativa. E lo sguardo terrorizzato della madre.

Tutti e due fissavano lui, supplicandolo in silenzio di far qualcosa per il piccolo.

Ma che avrebbe fatto? Sapeva benissimo quello che avrebbe dovuto fare, e aveva paura.

Si avvicinò alla finestra cercando di riflettere.

Tornò poi accanto al letto. Senza dubbio il bimbo era peggiorato. Di lì a mezz`ora prima che il siero potesse agire, sarebbe morto per ostruzione della trachea.

Un altra possente ondata di timore sopraffece Renato opprimendogli il petto, respirò a fondo cercando di calmarsi, doveva decidersi ora…. subito…. o sarebbe stato troppo tardi.

Si sentiva così giovane, così estremamente inetto e inesperto di fronte alle grandi forze primigenie che si agitavano impetuose nella stanza.

Era pallidissimo. Le labbra esangui. Disse in tono secco:

“Il bambino ha la difterite, la membrana sta bloccando la laringe, resta una sola cosa da fare, operarlo, incidere la trachea sotto l`ostruzione.”

La madre gridò: “Oh, no dottore, no!”

Renato si voltò verso il padre. “Mettete il bambino sul tavolo”.

Dopo un attimo di esitazione, il padre depose il figlio quasi incosciente sul rozzo tavolo, poi, quasi fuggendo dalla stanza gridò singhiozzando “Non posso sopportarlo! non ci resisto! “

La madre si era un po` riavuta ora, pallida come uno spettro, serrando i pugni con forza fissò Renato.

“Ditemi che cosa devo fare, e lo faro`.”

“Restategli vicina e tenetegli la testa bassa, badando bene che non si muova” rispose Renato mentre pennellava la gola del bimbo con tintura di iodio.

Prese un asciugamano pulito e lo posò su quegli occhi ormai vitrei, il caso era troppo disperato per il cloroformio.

Sarebbe stata una follia pensare di servirsene.

Stringendo i denti Renato affondò i bisturi. Praticò l`incisione con mano ferma, ma sentì che gli tremavano le gambe.

L`incisione era profonda, ma non bastava ancora, doveva incidere di più … di più … affondare il bisturi senza timore, e tuttavia tenere sempre d`occhio la vena giugulare. Se avesse tagliato quella vena!.

Allargò l`incisione, servendosi dell`estremità non affilata dei bisturi, cercando disperatamente la cartilagine bianca della trachea. Il bambino, riscosso dal dolore, si dibatteva come il pesce nella rete che lo soffoca. Dio! Non sarebbe mai riuscito a trovarla?

Stava brancolando alla cieca, senza speranza, stava combinando un disastro….lo sapeva…. il piccolo sarebbe morto.

E avrebbero detto che era stato lui a ucciderlo. Gocce di sudore gli scorrevano sulla fronte.

La respirazione del bimbo era terribile, l`intero minuscolo torace si gonfiava e sussultava a ciascuna di quelle spaventose, inutili inspirazioni.

Le vene del collo erano congestionate, la gola livida, il volto andava annerendosi. “Non un minuto di più!” Pensò Renato. “E` finito, ed io pure”.

Per una angosciosa frazione di secondo ebbe la fulminea visione di tutti gli interventi cui aveva assistito, della fredda  precisione di gesti nella sala operatoria del Professor Moretti, e poi, spaventoso contrasto, ecco quell`esserino disperato che sussultava morente sotto il suo bisturi, su quel tavolo di cucina.

“Oh Dio!” pregò “aiutami! subito!”, gli occhi gli si annebbiarono. Un gran vuoto parve impadronirsi di tutto il suo essere.

E poi, sotto il bisturi, l`esile tubo bianco, emerse, visibilissimo.

Fulmineo lo incise, e l`ansito del bimbo cessò all`istante. Al suo posto, una lunga limpida inspirazione, poi un`altra, e un`altra ancora attraverso l`apertura.

La cianosi scomparve, il polso si rafforzò.

Percorso da una tremenda reazione, Renato sentì che stava per svenire.

Timoroso di muoversi, chinò il capo per celare le brucianti lacrime che gli riempivano gli occhi. “Ci sono riuscito!” pensò”Oh! Dio mio, ci sono riuscito dopotutto!”

In seguito infilò nell`incisione la sottile sonda della tracheostomia.

Si lavò le mani imbrattate di sangue, e rimise il bimbo sul letto. La temperatura era scesa di un grado e mezzo.

Rimase seduto al capezzale, sorvegliando il paziente, togliendo il muco dalla sonda.

Provava uno strano benevolo interesse per il piccolo, e ne osservò il visetto.

Non era più un estraneo per lui.

Alle cinque del pomeriggio, Renato iniettò dell`altro siero. Alle sei il bimbo riposava tranquillo.

Alle otto di sera Renato si alzò e si stiracchiò, sorridendo disse: “Credo che se la caverà adesso” e spiegò alla madre il modo di togliere il muco dalla sonda “Fra dieci giorni sarà completamente guarito, tornerò domani a visitarlo”.

Negli occhi di lei si scorgeva una commovente gratitudine incapace da esprimersi, la gratitudine che può provare qualche umile creatura nei confronti di un Dio.

Erano quasi le nove di sera quando Renato rientrò stanchissimo nella clinica.

Reggeva la sua valigetta ormai sporca, i capelli arruffati,  la camicia era macchiata di sangue. Malgrado ciò i suoi occhi erano sorridenti.

Il Dottor Leventakis stava bevendo il thè con dei biscotti, lo scrutò da capo a piedi, poi prima che Renato potesse aprire bocca disse: “Mi racconterete dopo Dottore, venite a bere una tazza di thè adesso”.

 Meir El Saiegh (Israele)