di Meir El Saiegh

Racconti Bengasini (1)

LA STRANA STORIA DELLE SORELLE VATURI

Personaggi e fatti di questo racconto sono puramente immaginari. 

Le sorelle Ghita e Perla Vaturi, erano due zitelle di oltre cinquant`anni che vivevano insieme a Bengasi in un appartamentino che avevano ereditato dai genitori, situato in via Omar El Muchtar, vicino alla Piazza Municipio.

Non c’era nessuno nella comunita` Ebraica che non conosceva la loro strana storia.

Se la cavavano facendo piccoli lavori di sartoria e di ricamo, e di tanto in tanto anche qualche lavoro di stiro, e con la sommetta  ricavata dalla vendita del negozio di spezie nel Suk Eddalam ereditato dal padre,  si poteva dire che vivevano abbastanza bene.

Ghita era la piu` anziana, una donnetta piccola, rinsecchita, bruna, con nere minacciose sopracciglia e i capelli tirati come fil di ferro.

Perla aveva due anni di meno e somigliava moltissimo alla sorella, tranne che era un po` piu` alta e piu` angolosa.

Vestivano entrambe in modo identico, con le stesse scarpe nere, lunghe calze di cotone pure nere,  e stessi abiti sempre neri, con un sottile tocco di bianco al collo.

 

Entrambe avevano la stessa espressione, quell`aria smorta e vagamente ostile che di solito sembra impregnare le facce delle donne nubili e anziane, costrette dalle circostanze a vivere troppo insieme.

Erano piu` di dodici  anni che non si rivolgevano la parola, questa straordinaria circostanza potra` sembrare incredibile, ma e` vera, e si era determinata per la ragione piu` semplice e piu` stupida che sia dato da immaginare.

Si era determinata a causa di Fufi, il loro bellissimo gatto fulvo che entrambe amavano.

Ogni sera si assumevano a turno il compito di riportarlo dal piccolo cortile al pian terreno dove giocava di solito.

“Fufi! Fufi! vieni qui!” chiamava Ghita una sera.

E la sera dopo era compito di Perla a chiamarlo e riportarlo a casa.

Tutto procedette con la regolarita` di un orologio fino alla sera fatale di dodici anni prima.

Quella volta Ghita alzando gli occhi dal lavoro di ricamo chiese: “Perla, perche` non hai ancora chiamato Fufi?”

Al che Perla senza rancore, rispose: “Perche` non tocca  a me, io l`ho chiamato ieri sera.”

“Ma no” ribatte` Ghita “L`ho chiamato io, ieri sera.”

“No che non l`hai chiamato tu ”

“Si` che l`ho chiamato io”, e cosi` via.

Poi persero entrambe la pazienza, litigarono, si alzarono, e se ne andarono a letto.

Nessuna delle due chiamo` il gatto.

La mattina dopo Fufi risulto` smarrito, non solo, ma smarrito senza che si riuscisse a ritrovarlo.

E quando apparve chiaro che Fufi era scomparso per  sempre, Ghita e Perla dopo un aspro litigio, smisero del tutto a parlarsi.

Pero` siccome era impossibile per due persone vivere insieme senza parlarsi del tutto, le sorelle Vaturi trovarono un modo originale per contattarsi senza rivolgersi la parola: si scambiavano bigliettini che scrivevano in un Italiano zoppicante.

 

Un giorno Ghita, tornando dal pescivendolo noto` sul tavolo un bigliettino scritto a matita dalla sorella, c’era scritto: “Sono malata, ti prego manda a chiamare il dottore”.

Ghita un po` impensierita mando` a chiamare il dottor Leventakis, un medico Greco conosciuto all`epoca da tutti a Bengasi.

 

Al dottore bastarno cinque minuti per rendersi conto che aveva l`influenza, e che la forma della malattia sarebbe stata alquanto seria. La pelle era arida, la temperatura alta, il polso affrettato, e dall`esame stetoscopico si udiva un crepitio sospetto alla base dei polmoni.

“Avete l`influenza” le disse “C’e` un epidemia in giro, avrete bisogno di cure, se avrete fortuna, ve la caverete in una decina di giorni”

“Mi curera` mia sorella dottore,” rispose Perla,  “sara` senza dubbio un infermiera buona a nulla, ma non ha importanza, l`ho sopportata quando ero sana, e riusciro` a sopportarla ora che sono malata”.

Il dottore che pure lui aveva sentito della strana storia delle due sorelle, non ribatte`, usci` verso il salotto e si rivolse a Ghita, “Vostra sorella ha l`influenza”.

“L`influenza? tutto qui? bene bene! Perla ha sempre avuto la mania di essere malata”.

“Ma non capite?” esclamo` aspro il dottore, “vostra sorella e` malata sul serio. Prima di ristabilirsi stara` peggio, molto peggio, questa influenza non e` uno scherzo, avra` bisogno di essere curata, e bene”

Ghita fece un lieve ironico gesto ” Posso curarla come si deve, ma temo che sara` una pessima malata. E` cocciuta, sapete dottore, cocciuta e litigiosa per giunta, ma poiche` l`ho sopportata quando stava bene, riusciro` a sopportarla ora che e` malata”.

“Non voglio immischiarmi nei vostri problemi personali,” rispose il dottore,  “vi spieghero` cosa dovete fare”.

Infine dopo essersi accertato che le sue istruzioni erano state ben capite, se ne ando`.

 

E cosi` Ghita comincio`  a fare da infermiera a sua sorella.

La malattia di Perla non era giunta allo stadio acuto, e i biglietti passavano dall`una all`altra sorella a ritmo serrato.

Appoggiata sui cuscini l`inferma scribacchiava: “Questa sera fammi un brodino di pollo per favore”, e l`infermiera con volto arcigno segnava piu` sotto sul biglietto: “Benissimo ma prima devi prendere la medicina.”

Ridicolo inutile dirlo, ma ridicole o no, le abitudini prottratesi per dodici anni sono difficili a spezzarsi.

Sul tardo del secondo pomeriggio, Perla era peggiorata, molto peggiorata, aveva la febbre alta, le gote in fiamme e scivolava in un lieve delirio. Erano tutte assurdita` quello che farfugliava, frammenti di parole e di frasi sensa senso.

Ma a un tratto, nel bel mezzo di quella confusa incoerenza, ella parlo`, parlo` rivolgendosi alla sorella.

Nitide risuonarono le sue parole “Ho tanta sete Ghita, ti prego dammi da bere!”.

Ghita trasali`come trafitta da una lancia, Perla le aveva rivolto la parola! dopo tutti quegli anni…. Ghita le aveva parlato per prima.

Un fremito le passo` sul viso, in tutto il corpo.

Si premette la mano sul cuore, poi lancio` un grido “Si` Perla si`…. ti daro` da bere, guarda ecco qui….” e si precipito` verso il letto, sostenne con il braccio il capo della sorella, e le avvicino` il bicchiere alle labbra.

Il suono della voce di Ghita parve riscuotere Perla dalla sua incoscienza, ella guardo la sorella e sorrise. Questo basto` perche` Ghita scoppiasse in singhiozzi che le laceravano e squassavano il magro petto.

“Mi dispiace Perla sono desolata, e` tutta colpa mia, e per una sciocchezza oltretutto.”

“Forse la colpa fu mia”  sussurro` Perla ” forse toccava a me chiamarlo”.

“No, no” singhiozzo` Ghita,  “sono certa che fu colpa mia” .

 

Quella sera il dottor Leventakis, venuto a visitare la paziente, trovo` Ghita ad aspettarlo in salotto.

Ogni esperessione arcigna era scomparsa dal viso di lei, e al suo posto si leggeva ora un ansia sincera.

“Dottore” disse “mia sorella si e` aggravata, pensate forse….pensate che non si ristabilira`?”

“Penso che riuscira` a cavarsela, con una buona dose di fortuna, sapete”

“Deve guarire!” disse quasi gridando Ghita ” ma non capite dottore? abbiamo fatto pace, questa sera mi ha rivolto la parola”, e scoppio` in lacrime.

Nonostante tutto il dottore era commosso, toccato da quelle lacrime.

“Faro` del mio meglio” disse il dottore, ma non fu una cosa facile.

I giorni passavano e Perla era in preda a un continuo alzarsi e abbassarsi della temperatura, il polso batteva sempre piu` debole, e le forze le venivano meno a poco a poco.

L`infezione ne devastava l`organismo. Sembrava sul punto di essere colpita dalla polmonite, e questa sarebbe la fine di tutto.

Ma Perla era una donna robusta, resisteva con coraggiosa ostinazione. Ghita la curava con devozione, viziandola, circondandola di premure, accontentandola in tutto con la massima tenerezza.

 

Infine giunse il momento della ricompensa per le le cure e i sacrifici di Ghita.

Quattordici giorni dopo i primi sintomi della malattia il dottor Leventakis, fu in grado di asserire che Perla era ormai fuori pericolo.

A questa notizia Ghita si lascio` cadere sulla sedia scoppiando in singhiozzi.

Era spossata dall`ansia e dalla mancanza di sonno. Da quel momento Perla progredi` rapidamente verso la guarigione.

La convalescenza fu straordinariamente rapida.

Dopo quindici giorni era in grado di passeggiare giu` al pianterreno, e dopo una settimana, Il dottor Leventakis annuncio` che Perla era quasi completamente guarita. Disse che sarebbe ripassato fra una settimana per un ultima visita, e se ne ando`.

 

“E` un bravo dottore”  disse Perla alla sorella,  “davvero simpatico ma la svolta per la mia guarigione ha avuto luogo quando tu mi hai rivolto la parola, vedi Ghita, il solo pensiero che tu avessi ceduto, parlandomi per prima con tanto affetto…per quanto malvagia io fossi stata…beh, mi sono sentita riavere.”

Ghita si raddrizzo` sul divano, le gote accese da un lieve rossore “Ma che vai dicendo mia cara? sei stata tu a parlarmi per prima, -Dammi da bere-  mi hai detto come e` vero che io sto parlando in questo momento”.

“No, no”,  Perla scrollo` il capo, “ricordo benissimo come e` stato, ti sei avvicinata al mio capezzale, e con occhi pieni di lacrime hai detto -E` stata tutta colpa mia Perla cara, sono stata io la causa di tutto cio` che e` accaduto- ”

“Cosa??” scatto Ghita irrigidendosi in tutto il corpo.

“Proprio cosi`” ridacchio Perla ” e hai detto persino che il torto e` sempre stato tuo, -toccava a me-  hai detto -toccava a me chiamare il gatto-”

“Non e` vero” grido` Ghita.

“Eh, che cosa ti prende?” esclamo` Perla imporporandosi in viso.

“Non e` vero” ripete` con astio Ghita ” tu stessa, proprio tu, hai detto di esserti sbagliata. Hai ammesso che toccava a te chiamare il gatto.

“Non mi sono mai sognata di dire una cosa simile”

“Si` che l`hai detta”

“Non e` vero. Non toccava a me chiamare il gatto”

“Toccava a te”

“Non mi toccava per niente!”

La discussione si accaloro`sempre e sempre piu` fino all`amara, inevitabile conclusione.

 

E cosi` quando dopo una settimana il dottor Leventakis torno` per un ultima visita alla paziente, il silenzio separava una volta di piu` le sorelle Vaturi.

Ghita e Perla si passavano biglietti proprio come avevano fatto per dodici anni.