di Giuseppe Guarino

LA ZANZARA

da alcune donne si fugge solo con la morte

 

Sono per natura uno scettico della peggiore sorta. Non credo in nulla. La parola credere fa parte del mio vocabolario. Poco mi importa allora quanti siano i milioni di persone al mondo che credono nella metempsicosi o reincarnazione, ovvero nella trasmigrazione delle anime; non mi importa nemmeno di darne una definizione corretta; perché come tutto ciò che richiede fede, mi lascia del tutto indifferente. Per gli eventi che sto per narrare, non riesco a dare una spiegazione convincente nemmeno a me stesso.

L’avevo seppellita quella mattina. Un bel funerale. L’atmosfera, anche quella, era perfetta. Forse per compensare l’irrisorio numero di convenuti – io e suo padre; sua madre s’era rifiutata di venire – gli elementi stessi fecero cordoglio per il dolore che era assente in tutti i cuori dei simili che l’avevano conosciuta. Un forte vento soffiava da nord. Una fitta pioggia costrinse a velocizzare la cerimonia. Lo sguardo soddisfatto del prete mentre calavano la bara nella tomba era per l’assegno che avrebbe incassato nonostante il cielo l’avesse risparmiato dal pronunciare un’omelia funebre per un essere che odiava.

Un terribile incidente stradale, ecco com’era morta. I freni, quei freni maledetti, non avevano funzionato ed aveva fatto un volo di cinquanta metriin un dirupo. Poverina. Troppi nemici, troppe pendenze per potere immaginare chi li avesse manomessi. Io ero soltanto un altro sospettato. Le domande del commissario, nel suo impermeabile bianco, erano state poche. Le mie risposte chiare e soddisfacenti.

Quella notte tornai a casa euforico. Ero libero. Non lo ero così da anni.Forse non lo ero mai stato a quel modo. Sapevo che quel giorno sarebbe arrivato prima o poi, lo avevo sempre saputo; ma ciò non diminuiva il piacere che provavo a gustarne ogni singolo attimo. Quel fatale, tragico evento mi aveva restituito alla vita.

Perché l’avevo sposata? Bella non era. Anzi. Secca, asciutta in viso come un’acciuga sottolio, con la medesima espressione e vitalità. Il volto era oblungo e, peluria a parte, oggettivamente brutto. La fronte, ampia, si concludeva sgraziatamente con una capigliatura folta, d’un nero intenso. I capelli erano sottilissimi e refrattari a qualsiasi intervento umano per mitigarne lo sgradevole effetto di arruffamento. Dello stesso colore le folte ciglia nere che, in un segmento ininterrotto, attraversavano il viso da una tempia all’altra. Gli occhi erano piccoli, neri e cattivissimi. Non so se fosse più lo sdegno o la paura a nascere istintivi dall’incrociare il suo sguardo. Delle perenni occhiaie di un colore bluastro contornavano gli occhi. Il naso era sottile, di straordinaria lunghezza; questo nonostante la curva pronunciata che lo distingueva a circa metà del suo percorso. La bocca era sottile. Stentava sgraziatamente a stare chiusa per lo stato delle arcate dentali, inferiore e superiore, mentre in una affannosa corsa verso l’esterno, come se anche loro si rifiutassero di convivere con quell’essere, si sovrapponevano incisivi, caninie molari. La ressa aveva causato più di una visibilissima defezione. Il mento, tocco finale, era appuntito con al suo termine un porro peloso di proporzioni straordinarie.

Vogliate permettermi di non descrivere il suo corpo, per il vostro stesso bene.

Come per coronare un aspetto già oggettivamente fastidioso alla vista, l’espressione del volto, come ho già accennato, era perennemente corrugata, cattiva addirittura. Un atteggiamento che non lo abbandonava nemmeno nei momenti di riposo o durante il sonno. Era sempre lo stesso, come quando sbraitava, quando quella voce catarroica usciva stridula dalla sua bocca, male articolando i suoni a causa della deformità della stessa. Non ricordo pronunciata da lei una parola buona, nel tono, nei contenuti e nelle intenzioni. Tutto era biasimo e rimprovero. E alle parole di certo non aveva mai limitato la concretizzazione del suo scontento. Da sempre, che io riesca a ricordare, mi rendeva oggetto di pugni, pedate, schiaffi o altre violenze. Fin da subito pretese da me cieca obbedienza a tutti i suoi comandi e ogni mia azione contraria alle sue regole inderogabili – ma non scritte – veniva punita prima con una violenza inaudita e poi con la enunciazione delle stesse regole.

Questa era mia moglie. Anzi, era stata mia moglie. Fu mia moglie!

La mia descrizione, contrariamente a quanto potrà supporre il lettore e come potrà supportare chiunque l’abbia conosciuta in vita, è davvero benevola. La realtà del tormento della sua presenza non può interamente descriversi a parole. La sola pesantezza al cuore della sua vicinanza fa sembrare gioia il dolore più atroce. L’orrore del sentirsi rincorrere dalla sua voce, è di gran lunga più sgradevole dell’udire il più intenso, continuo, stridere del suono più fastidioso che possiate immaginare.

Un ultimo commento, permettetemi di farlo su un luogo comune dei nostri giorni, manifestando un dubbio filosofico – scientifico, di rilievo pari a quello enunciato all’inizio della mia narrazione. Ricordo da piccolo le favole, dove con straordinaria semplicità la bellezza veniva associata a bontà e purezza d’animo e la cattiveria di streghe traspariva da un aspetto orrendo. Uno stereotipo che feci mio durante i primi anni di vita, non differendo in questo da nessuno dei miei coetanei. Con gli anni, però, sempre a causa del mio spirito scientifico, che tale stereotipo non avvalorava in nessun senso, decisi di rivedere le mie idee ritenendo le donne belle né cattive né buone a priori e le donne brutte né cattive né buone a priori. In questo momento estremo della mia vita devo dire che vale la pena trasmettere ai posteri una delle poche certezze che ho acquisito dall’esperienza – alla quale, sempre per spirito scientifico, devo soccombere: le donne belle sono buone, quelle brutte sono cattive. E’ così, ve lo assicuro, ma non mi chiedete di dimostrarlo, nonadesso. Per gli uomini non saprei dire: non ho mai provato alcun interesse ad indagare la questione. In queste ultime ore riscopro nella mia semplicità perduta di bambino, una visione migliore e meno distorta della vita ottenuta con la maturità.

Perché l’avevo sposata si chiederà il mio gentile lettore lecitamente. Compassione, senz’altro. Pietà, per un essere altrimenti condannato alla più misera e completa solitudine; può darsi. Ma, non mi si ponga frettolosamente sotto una cattiva luce solo in prospettiva di quanto sto per confessare. Infatti, considerando bene i fatti e senza ipocrisie, credo, anzi ne sono certo, di averla sposata per i soldi. Era schifosamente ricca, ricca di famiglia. Nonostante questo, però, nessuno aveva mai pensato a sposarla. Il mio non era stato per questo un atto meno benevolo nei suoi confronti. Poi sposare per danaro è una motivazione come un’altra. C’è chi sposa per bellezza, per fascino. La ricchezza è una qualità come le altre. È una qualità che non si limita alla persona che la possiede, ma della quale possono beneficiare tutti quelli attorno a lei. Si trasmette ai figli. Non ha fine con la morte, ma vive anche dopo. Ma non voglio convincere nessuno.

Lei era morta. Questo, ormai, era un fatto incontrovertibile.

E la prima e più meravigliosa conseguenza era che io ero finalmente libero.

Entrai in casa quasi impaurito, come se, alla stessa maniera in cui era avvenuto di solito per anni, la sua voce o le sue percosse mi avrebbero dato il bentornato. E invece, nulla. Un meraviglioso, melodioso, ritrovato silenzio estasiava le mie orecchie. Lo assaporai come la più dolce delle musiche.

Presto fui pervano dalla gioia della mia libertà di movimento all’interno delle mura domestiche. Era qualcosa di nuovo, di mai provato. Le sue perenne direttive erano un vincolo a qualsiasi spostamento. Non era più così.

Potevo mangiare quello che volevo, camminare dove volevo. Leggere o semplicemente sedere accanto al fuoco ad oziare. Era il gusto della vita quello che assaporavo di nuovo. Vorrei narrare nel dettaglio ciò che feci, ma non sarebbe di alcuna utilità. Non erano i gesti, quanto la nuova realtà all’interno della quale li compivo. È un ricordo di sensazioni che non credo di potere trasmettere adeguatamente. Era la corsa sulla spiaggia del cane sciolto dal guinzaglio. Era la fuga gioiosa verso l’alto di un uccello liberatosi dalla trappola del cacciatore. Erano i passi oltre le mura della prigione più nera che aveva trattenuto il più innocente degli uomini.

Ero libero.

Adesso poco importava persino cosa ne avrei fatto di quella libertà, volevo solo sentirla come il nuotatore che si abbandona al movimento delle onde e si lascia trascinare beato, che galleggia leggero, con lo sguardo perso nell’immenso rasserenante cielo che gli sta sopra.

Ero libero.

Ma ecco, i ricordi affiorano più dettagliati.

Compii infatti per la prima volta senza interferenza alcuna i gesti della sera, cenare, lavare i denti, spogliarmi, indossare il mio confortevole pigiama. Quindi, davanti al letto, tre minuti di silenzio, commosso silenzio. Delle lacrime solcarono il mio volto, lacrime sincere, quando vidi quel letto, di straordinarie dimensioni e bellezza, attendermi. Oh luogo di tortura! O inferno indicibile! O teatro di orrori! O giaciglio di mille notti insonni! Adesso lo vedevo pronto per accogliere un solo ospite notturno.

Eppure ad un certo punto … Cos’era questo strano fetore, che mi era così familiare? Orrore! Le sue puzzolenti pantofole. Chi le aveva lasciate lì? In preda al panico, distogliendo lo sguardo, le afferrai con una mano tenendole il più distante possibile, mentre con l’altra turavo le mie nari. Spalancai quindi la finestra e con un ampio gesto del braccio le lanciai fuori il più lontano possibile. Richiusi la finestra e corsi verso il bagno a lavare le mie mani fino al gomito.

Guardatomi allo specchio mi vidi stravolto. Sudavo freddo. Cercai di ricompormi, sciacquandomi il viso con un po’ di acqua fresca, quindi miriavviai verso il letto.

Oh si, che bello crogiolarsi fra le lenzuola. Diedi un ultimo sguardo daquella parte dove fino a due giorni prima aveva dimorato quell’orrore ambulante e visto che non vi era nulla, spensi la luce e, con un sorriso beato in volto, mi addormentai.

Non so che ora fosse di preciso, o per quanto avessi dormito: un’ora o tre, non so dirlo. Mi svegliai di colpo, con un peso opprimente sul petto ed una angoscia indicibile. La prima cosa che feci fu rimediare a quelle tenebre che adesso mi opprimevano, accendendo la luce. Con lo sguardo che corse attorno, mi resi conto dell’assurdità delle mie angosce. Tutto attorno era silenzio e pace. Quel letto, comunque, non lo avrei tollerato oltre; adesso che mi rendevo conto che anche il solo vedere quello spazio vuoto accanto a me mi disturbava. Decisi che il giorno dopo stesso lo avrei cambiato, venduto, bruciato; ma non l’avrei più rivisto, questo era certo. Decisi di lasciare la luce accesa e provai a tranquillizzarmi e riprendere sonno.

Fu allora che uno strano rumore, uno zzzzzz prolungato, colpì il mio orecchio destro, per poi passare lentamente al centro e spostarsi dalla parte dell’orecchio sinistro. Una zanzara. Da dove era entrata? Alla nostra latitudine ed in inverno per giunta. Non era possibile. Dovevo essermi sbagliato. Non era possibile.

Per alcuni attimi richiusi gli occhi, ma rimasi vigile con i miei altri sensi, e rieccolo … zzzzzzzzz. Stavolta il suono partì da destra, per poi arrestarsi verso il centro. Cos’era accaduto? Aprii gli occhi ed eccola lì, sulla punta del mio naso, una zanzara. Mi guardava diritto negli occhi e sfregava le zampette. Stava poggiata come se nulla fosse sul mio naso e sorrideva. Ora non mi prendete per pazzo o visionario. Sorrideva, si sorrideva. Sfregava le zampette e sorrideva.

Oh, mio Dio, era lei!

Come: chi?

La defunta, la morta, la trapassata; mia moglie. Non potevo sbagliarmi, lo sguardo era il suo. Persino il sorriso cattivo. Quello sfregare le mani che era suo caratteristico quando tramava. Era lei e tramava qualcosa, come faceva da viva quando si strofinava le mani. Era lei, era tornata.

Datomi un’ultima occhiata soddisfatta, mentre con gli occhi sgranati, impietrito dal terrore guardavo la scena, si allontanò sghignazzando.

Credete che non mi renda conto di quanto assurdo possa sembrare ciò che dico? Non ricordo altro di quella notte se non il tremito convulso e poi il buio –di certo mi addormentai per la stanchezza.

La calda luce del mattino di una giornata straordinariamente assolata mi svegliò dolcemente. Cacciò via le paure del buio e mi dissi certo di avere sognato. Mia moglie era morta e i morti non tornano sotto forma di nulla,tantomeno di una zanzara. Ma qualcosa mi fece subito dubitare della mia ritrovata razionalità, uno strano prurito sulla punta del naso, come se… come se una zanzara mi avesse punto. Corsi in bagno e, specchiatomi, vidi il morso proprio sulla punta del naso dove quella notte s’era poggiato l’insetto. Seguirono attimi interminabili di panico. Poi di nuovo, aiutata dal sollievo del giorno, la mia razionalità si fece breccia fra i miei pensieri e le mie paure. In ultima analisi, mi dissi, fosse pure tornata sotto forma di zanzara più che mordermi la punta del naso non poteva fare. Con quest’ultima certezza a rincuorarmi definitivamente mi avventurai nel primo giorno della mia nuova vita.

Trascorsi un periodo di grande serenità e spensieratezza. Il primo nuovo interesse al quale mi dedicai fu prendere coscienza delle sostanze ereditate dalla defunta e decidere l’indirizzo della loro nuova amministrazione. Fu un’occupazione avvincente. Non avrei mai immaginato che la sua ricchezza fosse tanto grande.

Sebbene le giornate trascorressero serene, lo stesso non posso dire delle notti. Sebbene non ricevetti altre visite di quell’essere, mi pareva di avvertire la sua opprimente presenza nella stanza, durante il sonno, nel mio momento di maggiore vulnerabilità. Per ore stavo in silenzio, con gli occhi chiusi, sperando di avere o forse di non avere la certezza della sua presenza. Non riuscivo ad essere certo se fosse il mio udito talmente esteso o se ero solo io ad immaginare di sentire lo sfregarsi in lontananza delle zampette dell’insetto. Una sensazione la avvertivo distintamente: mi sembrava di avere gli occhi puntati addosso come nei giorni in cui la defunta era in vita.

I giorni invece erano sereni, tranquilli: la mia lucidità rendeva vani i miei timori irrazionali. Ma le notti sempre più orribili e purtroppo ciò portò prestoad un notevole stato di nervosismo, di suscettibilità, di tensione continua. Gli eventi più naturali della quotidianità potevano per un nulla divenire drammi, motivo di esplosioni di rabbia o addirittura di violenza.

Fu allora, al culmine del mio disordine mentale, dovuto alla mancanza di sonno, che suonarono alla mia porta. Lo fecero in modo volutamente deciso, diverso da tutte le altre volte, come se avessero saputo, come chi viene a pretendere un debito a lungo non riscosso.

L’uomo che vidi sulla porta era l’ispettore che qualche tempo prima mi aveva interrogato sul tragico incidente di mia moglie. Non ricordavo il suo nome, né quello del suo sbadatissimo ed idiota assistente. So che dovetti farli entrare e tollerare la loro presenza con estrema visibilissima riluttanza.

Il dialogo fu scialbo. Ribadii la mia estraneità ai fatti e la totale assenza di sospetti nei confronti di qualcuno dei nostri conoscenti ed amici in particolare. Il motivo di quella visita fu però presto evidente: l’ispettore sospettava di me. Non mi aspettavo che lo dicesse apertamente, ma lo sapevamo entrambi. Fu quando ebbe esaurito le domande sulle mie possibili ipotesi, che arrivò al dunque cominciando a porre delle domande che mi riguardavano. Il mio stato economico prima del matrimonio… se andavo d’accordo con la defunta… ecc …

Non furono queste domande ad innervosirmi in modo particolare quanto l’improvviso, inaspettato risvolto della nostra conversazione a lasciarmi di stucco e farmi cadere, per la prima volta, in confusione.

–      Cosa avete sul naso? – chiese.

   Perché mi faceva una domanda così assurda? Che motivo aveva? Nel mezzo della nostra conversazione, un elemento che tanto toccava il motivo di quell’angoscia di quei giorni mi fece esplodere nella più irrazionale rabbia.

–      Credo che cosa sia accaduto al mio naso sono fatti miei e fatti miei soltanto.

  L’avere tradito il mio disagio su quel dettaglio, fece accanire l’uomo ulteriormente. Divenne incalzante e pose una serie di domande alle quasi risposi confusamente. Alla fine dissi:

–      Lo confesso, è un morso della zanzara, di quella zanzara maledetta.

   Non posso mettere in dubbio l’intelligenza dell’ispettore, perché percepì subito quello che non andava nella mia frase.

–      Confessate? Avete pesi sulla coscienza?

   Mi guardò avvicinando il suo volto al mio.

–      Sembrate stanco. Disse. – Dormite male la notte?

   Comprese di avere colpito nel vivo. Quindi rincarò la dose.

–      Magari non dormite perché quella zanzara … avete detto quella, non una zanzara … vi assilla, vi tormenta, non vi lascia riposare.

   Cominciai a sudare freddo.

–      Si, quella zanzara. Viene da voi di notte – vero? – vi tormenta.

Era incalzante. Balbettavo dei “no”, dei “non so”, per nulla convincenti.

–      Parlatemi di lei, ditemi da quanto vi succede, come interpretate il fenomeno…

   Ecco, in quel momento, mentre indietreggiavo sulla poltrona,rannicchiandomi su me stesso; ecco, più forte persino della voce orribile di quell’uomo, fece il suo ingresso quel zzzzzzzz prolungato. Mi voltai sgranando gli occhi in direzione di quel ronzio ed eccola, era lei.

–      Cosa c’è? – Chiese l’ispettore incalzante. – La vedete anche adesso? Si? E’ qui ora?

   Volava lenta con la testa alta, come l’incedere solito della defunta. Andò a posarsi sulla spalla dell’ispettore, all’avvicinarsi del quale retrocedetti.

   Prima coprii il volto con le mani, quindi lentamente le aprii per vedere. L’uomo era ormai a pochi centimetri da me e sulla sua spalla…quell’essere che mi guardava diritto negli occhi: era cattiva e minacciosa com’era stata in vita.

–      O mio Dio. – Gridai. – Salvatemi da lei vi prego. Salvatemi. Lo confesso, lo confesso; si quell’insetto mi tormenta, non mi fa dormire, non mi da pace.

–      Liberatevene allora, confessate del tutto.

–      Si, confesso, l’ho uccisa io, l’ho uccisa io. Ma vi prego salvatemi da lei, portatemi via da qui, portatemi lontano da lei.

Caddi a terra in preda ad una crisi di pianto liberatorio. Fui preso di peso dai due e portato via.

 Fra poche ore sarò giustiziato per quello che ho fatto. Ma a quanto pare, quello che diceva l’ispettore non bastava, né l’incredulità di chi vedeva nelle mie visioni la materializzazione della mia colpa allevia il mio tormento. La scorsa notte, dopo tante notti trascorse quiete, ho ricevuto di nuovo la sua visita. Mi ha svegliato quando s’è poggiata di nuovo sul mio naso. Mi ha guardato diritta negli occhi. Ha riso. Una risata forte, fragorosa, prolungata. Quindi è volata via con in volto dipinta quella soddisfazione che l’aveva caratterizzata in vita dopo lo sfogo della sua cattiveria sul prossimo. Era davvero lei, ora ne sono certo e la serenità che mi pervade è dovuta ad una sola  certezza: finalmente, appena il boia avrà finito il suo lavoro, io non avrò più nulla da temere da lei.