di Meir El Saiegh

Racconti Bengasini (7)

L`imperturbabile signor Quintino Arbib

Personaggi e fatti di questo racconto sono puramente immaginari.

Quintino Arbib era indubbiamente la persona più imperturbabile della piccola Comunità ebraica di Bengasi degli anni `50.
Nulla lo faceva incollerire, e nulla lo faceva rallegrare, era sempre distaccato e impassibile.
Nulla trapelava dall`espressione inalterabile del suo volto, il suo stato d`animo era un incognita per tutti.
Questa sua peculiarità, lo gratificò di un appellativo.
Lo chiamavano tutti Quintino “al barad”, ossia Quintino “il freddo”.
Quintino era un ometto di trentaquattro anni, ben sbarbato e piuttosto pallido in viso. Indossava quasi sempre un doppiopetto grigio che aveva visto giorni migliori, una camicia bianca, e una cravatta annodata con accuratezza al collo.
Le scarpe erano sempre ben lucidate.
Era sposato da due anni e non aveva figli.
Lavorava come doganiere dalla fine della guerra, e guadagnava discretamente.
L`unica sua passione era il gioco delle boccette, e regolarmente, quasi ogni giorno, terminato il lavoro, si recava alla sala di biliardo del “Caffè dello Sport”, per fare qualche partita.
Inutile aggiungere che quando giocava, il suo atteggiamento era sempre serio e compassato, e sia che vincesse o che perdesse la partita, l`espressione del suo viso rimaneva immutata.
Un giorno, verso le cinque del pomeriggio, finito il lavoro, invece di recarsi al caffè, si presentò alla clinica del dottor Leventakis.
Lo accolse il dottor Renato Nahum, che lo conosceva abbastanza bene.
Renato gli spiegò che il dottor Leventakis era fuori per una visita, e che se voleva essere visitato da lui, doveva pazientare per una mezzoretta.
“Non ha la minima importanza caro dottore, lei o il dottor Leventakis, fa lo stesso per me” disse Quintino scrollando il capo in modo appena percettibile, poiché tutti i suoi movimenti erano controllati e pesati.
Si mise a sedere, contemplando con blando interesse l`infermeria.
“Allora signor Arbib, che cosa c’e`?” chiese il dottor Renato.
“La lingua dottore, c’e` qualcosa di duro sulla punta che mi infastidisce.”
“Volete dire che vi fa male?”
“Beh, più o meno.”
“Vediamo un po’.”
Renato si sporse sulla scrivania e diede un occhiata alla lingua di Quintino.
L`esaminò a lungo, poi in tono molto diverso, soggiunse:
“Da quanto tempo ce l`avete?”
“Oh, da qualche settimana, direi un mese e mezzo presso a poco. E` spuntata a poco a poco, ma in questi ultimi giorni ha finito col diventare sempre più fastidiosa.”
“Fumate?”
“Si, sono un fumatore accanito.”
Seguì un breve silenzio. Poi Renato si alzò e si avvicinò all`armadio degli strumenti.
Prese una forte lente da ingrandimento e, con molta cura esaminò ancora una volta la lingua di Quintino. Sulla punta della lingua spiccava una macchia rossa, infiammata, all`esperto sguardo del dottor Renato, dei più sinistri significati.
Renato posò la lente e si lasciò cadere sulla poltroncina di fronte alla scrivania.
V`erano, lo sapeva, due modi di comportarsi in una situazione come quella: il primo consisteva nel fingere un infondato ottimismo, il secondo nel dire la verità.
Pensieroso sbirciò Quintino del quale conosceva la famosa imperturbabilità.
Quintino ricambiò lo sguardo calmissimo. “Un paziente flemmatico” pensò Renato, “sprovvisto di immaginazione, e quasi incapace di turbarsi. Si”, disse a se stesso, “gli farò sapere la verità”.
“Signor Arbib” cominciò a un tratto, “quella piccola escrescenza sulla lingua può essere assai grave, e può non esserlo”.
Quintino non si turbò minimamente.
“Presumo di essere venuto qui per questo, dottore. Volevo appunto sapere di che cosa si tratta.”
“E voglio saperlo anch’io” replicò Renato. “Dovrò prelevare un piccolo frammento e mandarlo all`ospedale affinché lo esaminino. Si tratta di un esame microscopico, capite signor Arbib …, non vi farò male e non ci vorrà molto. Fra due o tre giorni sarò in grado di dirvi se si tratta o no di ciò che temo.”
“E cos’è che temete, dottore?”
Nell`infermeria piombò un greve silenzio. Renato si rese conto che bisognava tacere, ma fissando lo sguardo negli occhi freddi e grigi di Quintino Arbib, cambiò idea. A voce bassa disse: “Temo che abbiate un cancro alla lingua.”
Il greve silenzio, a malapena dissipato dalle poche parole, tornò a vibrare e a calare su di loro, indugiando intollerabile nella stanza.
“Capisco” disse Quintino, “e` una cosa piuttosto brutta. E che cosa bisognerebbe fare se si trattasse di un cancro?”
Renato tracciò un vago segno con le mani.
“Operare.”
“Intendete dire che dovrei farmi asportare la lingua?”
Renato fece un cenno d`assenso.
“Più o meno. Ma è inutile tentare di risolvere il problema finché non sarà necessario.”
A lungo Quintino si fissò la punta delle scarpe ben spazzolate, poi alzò il capo.
“Allora avete ragione dottore. E`meglio far subito il necessario.”
Renato si alzò, sterilizzò uno strumento, spruzzò la lingua di Quintino con una sostanza e, con molta destrezza, asportò un minuscolo frammento della piccola chiazza cremisi.
“Avete fatto presto” osservò Quintino.
Si sciacquò la bocca, e si accinse ad andarsene.
“Vediamo un po`” rifletté Renato, “oggi e` lunedì, tornate giovedì a questa stessa ora, e potrò comunicarvi il risultato dell`esame.”
“Spero che sarà favorevole” osservò Quintino con stoicismo.
“Lo spero anch`io” rispose Renato in tono grave.
“Buonanotte, allora, dottore.”
“Buonanotte.”
Renato si trattenne a guardarlo mentre si allontanava lungo il viale e raggiungeva la strada. Poi mormorò: “Santo cielo! E` davvero un uomo flemmatico questo Quintino Arbib.”
Il cliente flemmatico, l`uomo sprovvisto di immaginazione, camminava lungo la strada, il capo eretto, il mento all`insù, le labbra ferme.
In apparenza calmo, calmissimo! Ma migliaia di martelli sembravano percuotergli con ferocia il cervello, e nelle sue orecchie migliaia di voci rombavano e tuonavano. Una sola parola, ripetuta senza fine: cancro, cancro, cancro.
Si sentì in preda a un tremito, sentì il cuore battergli tumultuoso contro le costole.
Mentre svoltava in via Pascoli, fu colto dalle vertigini e, per un attimo, pensò di essere sul punto di svenire.
Entrò nel giardino pubblico di fronte al cinema Berenice e si sedette su una panchina.
La gente iniziava ad affluire affollandosi davanti al cinema per assistere al primo spettacolo. Alla sua destra, vicinissimo, sentiva il vociferare allegro degli avventori del “Caffè Greco” situato accanto al giardino.
Dopo un quarto d`ora si alzò, e proseguì nel suo cammino senza meta. Un sudore freddo gli inondò il corpo.
Per tutta la sua vita aveva lottato come un indemoniato contro i nervi, contro quei nervi infidi che spesso avevano minacciato di tradirlo. E lo aveva trovato difficile, sempre, anche nelle piccole cose.
Ma ora di fronte a quella cosa terribile … oh, come avrebbe potuto resistere?
E la voce ruggì ancora contro di lui: cancro, cancro, cancro.
Verso le otto e mezzo di sera entrò in casa, e salutò sua moglie Erminia.
“Sei tornato più tardi del solito Quintino, ti sei attardato al biliardo?” chiese sua moglie senza distogliere gli occhi dalla camicia che stava stirando.
“No, non sono andato al biliardo, mi sono limitato a fare una lunga passeggiata.”
“Siediti al tavolo che ti servo la cena, ho cucinato la “cammunyya” come piace a te”, disse Erminia con tono premuroso.
“Non scomodarti, ho incontrato alcuni amici e abbiamo mangiato insieme “burikot” con uova, e sono sazio.”
“La conserverò nella ghiacciaia allora, la mangerai domani.”
Quintino si mise a sedere sulla poltrona e infilò le logore pantofole di cuoio.
“Oggi passeggiando con Mariuccia Bramli nei pressi di piazza Cagni, nel negozio delle sorelle Tammam ho visto un bel vestitino autunnale, e non costava neppure molto” disse Erminia.
Fissando la finestra, egli fece uno sforzo incredibile per dominarsi.
“Sarebbe proprio ora che ti comprassi qualcosa.”
Ella gli rivolse un tenero sorriso, compiaciuta per l`implicita lode al suo senso dell`economia domestica.
“Forse lo comprerò allora, ma forse no. Non sono mai stata il tipo da sciupare i soldi per le cose eleganti. No, no, preferisco pensare al futuro, non voglio mica rimanere sempre in questo minuscolo appartamento per tutta la vita … e poi …” imporporandosi in viso continuò “….e poi la famiglia s`ingrandirà. Un appartamento più ampio, più luminoso, di fronte al mare, in via Marina, che cosa ne diresti Quintino … fra un anno o due?”
Fra un anno o due! Quelle semplici parole lo trafissero come una spada che gli fosse affondata con furia selvaggia nel petto. Un anno o due! Dove sarebbe egli stato, allora?
Chiuse gli occhi, ricacciando indietro le brucianti lacrime che lo invadevano.
“Come se a te importasse qualcosa!” continuò la moglie in tono scherzoso, “non c’e` nulla al mondo che possa interessarti o farti perdere la calma.”
Verso mezzanotte andò a coricarsi. Erminia dormiva già da un pezzo. Tuttavia non riuscì a prendere sonno.
Giacendo immobile, con gli occhi ben chiusi, respirando appena, strinse forte i pugni per dominarsi.
Sebbene non avesse mangiato nulla da mezzogiorno, non aveva fame.
Il buio della stanza gli pesava addosso come un manto funebre. Avrebbe voluto urlare, alleviare la tensione dei nervi con un grido selvaggio, disperato, avrebbe voluto confidarsi con sua moglie, implorarne il conforto. E dirle in tono appassionato e sincero:
“Non sono quello che tu credi. Non e` vero che sia insensibile, non lo sono mai stato. Dentro di me sento profondamente ogni cosa, la sento con terribile intensità. E ora sono spaventato come un fanciullo tremante. Vi è sempre stato qualcosa del fanciullo in me. Sono sempre stato nervoso, per questo ho finto di non esserlo. Ma ora non posso più fingere. Non mi senti? Non capisci? Credono … credono che abbia il cancro!
A quella parola spaventosa, malgrado non fosse stata pronunciata, ma solo pensata, ricominciarono di nuovo le voci beffarde che urlavano in coro: cancro, cancro, cancro.
Un parossismo di mortale agonia lo scosse dalla testa ai piedi. E, mentre sua moglie dormiva in tutta serenità, egli si portò di scatto le mani alla bocca per soffocare i singhiozzi che lo laceravano.
Gli occhi, brucianti dalla tortura delle lacrime trattenute, parvero schizzargli dalle orbite. Nelle orecchie gli echeggiavano le parole della sua stessa disperazione. Le tenebrose ore della notte trascorsero intorno a lui.
Non dormì neppure per un attimo. E neppure per un attimo riuscì a dimenticare.
L`indomani alle otto del mattino era al lavoro. Aveva sperato che il solito tran-tran del lavoro quotidiano lo avrebbe calmato e distratto, ma non fu così.
Di mano in mano che il giorno passava, senza affatto alleviare quell`attesa spaventosa, egli sentiva crescere sempre più alta la sua disperazione.
Esteriormente, imperturbabile, si dedicò alla solita attività senza che dal suo comportamento trasparisse niente di anormale. Parlò, rispose alle domande che gli venivano poste, si recò di qua e di là.
Era come se stesse in un angolo, tremante, angosciato, contemplando i movimenti di un automa, ch`era lui stesso.
Sapeva ormai di avere il cancro, e ogni volta che riusciva a trovare il tempo, entrava nel bagno, e tirando fuori la lingua innanzi allo specchio, se la contemplava inorridito.
Un uomo adulto che si guarda la lingua allo specchio! Un tempo la sola idea di una situazione così grottesca, lo avrebbe fatto ridere di cuore, ma ora non aveva il tempo di ridere. E continuò a guardarsi la lingua.
Era peggiorata l`escrescenza? O era rimasta quella di prima? Gli faceva un po` più male, forse, da quando il dottore ne aveva prelevato un frammento.
Ora gli doleva, quando tirava fuori la lingua in quel modo, o si trattava soltanto di una sua fantasia?
Strano che quella piccola macchia rossa potesse significare la morte. Strano e terribile. Eppure, voleva dire morte certa. Era cancro capite? Cancro … qualcosa che divora. Cancro, cancro, cancro … le voci rincominciarono a urlare contro di lui.
E anche quella notte non riuscì a chiudere occhio. L`indomani a colazione, sua moglie lo osservò con uno sguardo tenero e preoccupato.
“Ti senti male Quintino? Qualcosa ti affligge?” gli chiese.
Quintino protestò. “Sciocchezze, non ho niente,” disse con la solita fredda compostezza, e, per avvalorare la risposta, prese una seconda porzione di “shakshuka” che Erminia aveva preparato. Ma, pur mangiando, non sentì il sapore del cibo.
Tutti i suoi sensi erano come attutiti ora, tranne la sensazione dello stato in cui si trovava.
Forse era già un po` pazzo. E l`immaginazione lavorando febbrilmente, lo spinse ancora più oltre su quella strada.
Ecco, il fatto che egli avesse il cancro era già accettato. Che restava da fare allora? Operare aveva detto il dottore.
Chiudendo gli occhi e spingendo lo sguardo nel futuro, si vide ricoverato in ospedale, disteso su un lettuccio, e nel lampo fuggevole di un pensiero, sopportò l`agonia dei giorni di attesa. Poi contemplò se stesso trasportato su una barella in sala operatoria. E l`ignota spaventosità di quel luogo, si ampliò più che mai nella sua immaginazione.
Cos`era quella sostanza che somministravano là dentro? Etere si chiamava. Una sostanza nauseabonda che spingeva all`oblio. Ma cosa accadeva in quell`oblio? Taglienti lame lampeggiavano nella sua bocca, nella sua stessa bocca. Gli stavano tagliando la lingua, gliela tagliavano profondamente, fino alle radici.
Un singhiozzo gli scaturì in gola, soffocandolo, ed egli si portò la mano agli occhi chiusi, come per cancellare la spaventosa, grottesca visione della sua lingua sezionata, insanguinata e orribile, là dove il chirurgo l`aveva gettata.
Trascorse la nottata del mercoledì, una notte che gli era parsa lunga cento anni! E giunse infine il giovedì.
Si trovava ormai al limite della sofferenza, quella sofferenza che nessuno poteva neppure dubitare esistesse, tutta chiusa, compressa dentro di lui.
All`una, il giovedì, con la scusa di non sentirsi bene, uscì dal lavoro.
Girovagò stordito sul lungomare Viale della Vittoria, fino ad arrivare alla cattedrale con le sue due cupole.
Poi s`incamminò in direzione della spiaggia di Giliana fuori città.
Camminò per circa un’ora e mezza finché arrivò al ponte galleggiante che collegava la città con la spiaggia.
Il ponte, costruito dagli italiani, era composto da enormi travi di legno che appoggiavano su dei barconi ancorati sul fondo. Quando il mare era mosso e tirava vento, e questo succedeva spesso, tutto il ponte traballava.
Siccome era ottobre, il posto era deserto.
Iniziò a camminare lungo il ponte fino ad arrivare alla metà di esso.
Appoggiando le braccia alla ringhiera composta di grosse corde, fissò il mare come istupidito.
Un solo passo e sarebbe stata la fine di tutto, la fine della sua disperazione, dell`orrore di quell`intervento chirurgico, dell`infelicità estrema che si profilava dopo di esso.
L`acqua gorgogliando e frusciando contro i barconi, sembrava chiamarlo.
Scuotendo il capo, si svegliò da quella specie di torpore che lo aveva assalito.
Prese una decisione: avrebbe rifiutato di farsi operare. Era semplicemente deciso a morire.
Con subitanea preveggenza, si era reso conto che l`intervento chirurgico non lo avrebbe salvato.
Qualsiasi cosa potessero fare i medici, il cancro tornava sempre.
Si, il cancro tornava sempre! tornava sempre!
Il cielo era plumbeo e minacciava di piovere, quando verso la cinque del pomeriggio arrivò all`infermeria.
Era stanchissimo per la lunga camminata, e si sentiva molto debole.
Viveva nella strana, assurda irrealtà di un uomo che cammina, con passi da fantasma dietro al proprio funerale.
La sua immaginazione, farneticando febbrile, lo indusse a credere che le persone che gli passavano accanto non erano reali, perché non una di esse, si rendeva conto che egli poteva considerarsi morto.
Con la morte nel cuore, entrò nell`infermeria.
Ed eccolo ancora una volta in piedi davanti alla scrivania del dottor Nahum, intento a fissare la stanza, come si aspettasse il giudizio divino. “Buona sera dottore” disse con voce spenta.
Renato lo fissò a lungo, troppo a lungo.
L`espressione del suo viso era grave e seria, poi alzatosi, gli porse solennemente la mano.
“Desidero congratularmi con voi signor Arbib. Ho ricevuto il referto patologico dell`ospedale. Non c’è traccia di tessuti maligni, non si tratta affatto di cancro, ma di una semplice irritazione. Con la cura adatta sparirà in una decina di giorni.”
Quintino fu colto dal capogiro. Una immensa ondata di gioia irruppe in lui e si gonfiò al centro stesso del suo essere.
Era una tale estasi di gioia e di dolce sollievo da farlo cadere svenuto, ma il suo viso smorto e placido non tradì alcuna emozione.
“Grazie dottore” disse goffamente, “sono … sono … molto contento che il male non sia grave.”
“Spero che non vi siate crucciato in questi giorni” disse Renato. “Naturalmente non vi avrei mai lasciato capire che cosa temevo, se non fossi stato certissimo che non siete il tipo da preoccuparvi.”
“Giustissimo dottore” mormorò Quintino, tenendo gli occhi fissi sul pavimento. “Forse non sono il tipo da lasciarmi dominare dalle preoccupazioni.”
E le labbra di lui si atteggiarono a quel suo pacato, controllato sorriso.
“Dicono che sia appunto questo il mio difetto, la mancanza di immaginazione.”