di Giorgia Carrasi

Palpebre nere


Il riflesso sbiadito di quel vetro lucido le deformava il viso e lo sguardo. Capiva che non serviva più mentire. Gli occhi che celavano una grande bugia adesso apparivano inspiegabilmente sinceri, la sofferenza non si nasconde a lungo. Il viola che le contornava la parte destra del viso diventava più profondo, il colore ora sembrava più intenso. Le guance scavate erano tracciate da gocce d’acqua che scendevano impunite, nessun pianto è mai abbastanza quando l’anima non riesce a liberarsi. Osservava il proprio corpo, in quello specchio di ghiaccio. Non lo riconosceva. Quella ferita che partiva da appena sotto il naso si congiungeva con il labbro superiore, il sangue marciva e diventava più scuro, sarebbe scomparso prima o poi. Quel dolore lancinante ai polsi, le tracce di pezzi di corda che l’avevano stretta violentemente non andavano più via. Non riusciva a spostare il suo sguardo da quello specchio rivelatore di qualcosa che continuava a negare in cuor suo. E osservava, con la coda dell’occhio, i suoi vestiti a terra, scarpe sparse per la stanza ed oggetti di vario tipo gettati a caso, alcuni rotti, altri ancora intatti. Come lo specchio che si ostinava a mostrare qualcosa che invece stava per cadere, qualcosa di rotto che non può essere risanato. Un amore malato. Una voglia inguaribile e disperata di negare il male che provava, di fare finta che andava tutto bene. Pensava che quel disordine fosse da giustificare. Non avrebbe dovuto rispondere con quel tono, lo aveva provocato. Era meglio stare zitta e continuare a dargli ragione anche se, in fondo, sapeva che la colpa non era certo sua. E l’eco di quel botto, di quelle mani forti sul proprio corpo la frustavano ancora e la facevano sanguinare, la pugnalavano. Le persiane erano chiuse, la penombra della stanza era rischiarata da un leggero spiraglio di luce che illuminava accidentalmente il piccolo comodino accanto al letto su cui era avvenuto il misfatto. C’erano le chiavi, lì, su quel tavolino. Se solo le avesse prese in mano, l’avrebbero portata in salvo. Avrebbe potuto uscire da quella casa, raggiungere la polizia e denunciare quella belva feroce dalle sembianze umane. Le chiavi di ferro luccicano al sole, sono una breve speranza, pare che vogliano farsi notare dagli occhi di lei. Quasi chiudeva le palpebre per la stanchezza. Un sospiro stremato vibrava dentro lei. Indietreggiò di tre passi quando sbatté contro il ciglio del letto. Alzava lentamente la testa verso il soffitto. Il colo le faceva un male cane. Sentiva ancora quelle mani che la imprigionavano. Ancora immobile, d’animo impassibile, con gli occhi fissi verso le chiavi della macchina. Una tentazione insopportabile che avrebbe messo fine a quell’angoscia straziante. Voleva cavarsi gli occhi per smettere di vedere l’oggetto che l’avrebbe liberata ed anche il suo viso stanco, e le ferite che non sarebbero guarite in breve tempo. La paura la fece cadere sul letto come morta, stringeva quelle lenzuola sporche di un peccato che non aveva deciso di commettere. Si sentiva complice ed artefice del suo stesso dolore, della rabbia del compagno. Probabilmente le cose sarebbero andate diversamente se avesse smesso di guardare quello specchio. Si dimostrava ottimista verso qualcosa che forse non poteva cambiare. Minimizzava quei gesti, era la terza volta in un mese che si ritrovava con le palpebre nere che cercava inutilmente di mascherare con del trucco. Era ancora troppo poco per dire basta. Non era ancora stato raggiunto il limite, ma probabilmente neanche lei sapeva di quale confine si trattasse. Cominciò a raccogliere i vestiti da terra, ordinò le scarpe e gli oggetti schiantati con forza sul pavimento. Adesso voleva fare una doccia rigenerante, chissà se quelle ferite avrebbero perso il colore che le rendeva così visibili. Voleva lavare dalla mente anche la sensazione di fuggire da quelle quattro mura opprimenti. Prese le chiavi, le posò in borsa. Adesso era finalmente tutto in ordine.