di Giuseppe Guarino

 

Ho scritto questo racconto nel 1992. Lo avrei rivisto volentieri, ma dopo “Benvenuti al Sud” non credo abbia più senso. Lo ripropongo per poterlo dedicare a Paolo – sperando che non faccia la fine del protagonista della mia storia.

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Era quello il tempo dei compari Turiddu, delle coppole e dei baffetti, delle lupare a tracolla. Una parola di più, uno sguardo di troppo, uno “sgarro”, corrispondente alla più innocente delle azioni ad altra latitudine ed erano campane a morto.

Camminavo solo per una viottolo di campagna. Il sole bruciava alto nel limpido cielo siciliano d’agosto. La terra attorno a me era arida, il viottolo polveroso; i miei passi lenti. Sudavo. Attorno tutto innaturalmente immobile.

D’un tratto, da dietro una collinetta, una figura: un cavallo nero ed un uomo che lo cavalca. Tiene la lupara sotto braccio. Si muove verso di me: Ci siamo.

La paura mi paralizza. Asciugo il sudore della fronte con un fazzolettone verde. Poi mi faccio forza e comincio a correre. Ma corro dalla parte sbagliata! Gli vado incontro! Non riesco a cambiare direzione.

Adesso gli sono proprio davanti. Mi fissa con due occhi piccoli e neri, lo sguardo gelido, mortale. Dalla sua fronte nemmeno una goccia di sudore, nonostante sia vestito di tutto punto e di velluto. Il sole esattamente dietro la sua figura.

Scende da cavallo.

Fra non molto terminerà la mia fuga: è la fine. Un bel colpo di lupara in faccia e via, è tutto finito!

E’ in piedi davanti a me adesso. Poi l’incredibile. Anziché puntarmi la lupara contro, me la porge. Si toglie la coppola e la mette sulla mia testa. Mi afferra le spalle con entrambe le mani e portandomi a sé mi bacia, prima sulla guancia sinistra, poi sulla destra. Con quell’accento forte, con quella “str” tipica palermitana, mi dice: “Ora sei uno dei nostri!”

Mi svegliai in un bagno di sudore. Di nuovo quell’incubo, lo stesso, da un anno a questa parte.

Perché io? Non si trattava di razzismo. Ma perché io? Con tanti posti che ci sono in Italia, perché proprio in Sicilia?

Non riuscivo a farmene una ragione. E si che oramai erano trascorsi quasi due anni dal mio trasferimento. La consideravano una promozione. Dirigere una filiale non è cosa da poco e, comunque, Catania, si diceva, è una sede di tutto rispetto. Ad ogni modo, sarebbe stato un trampolino di lancio, solo una sistemazione temporanea, prima di tornare su definitivamente, a casa, a Milano. Splendida città d’Europa. Centro della vita economica e culturale del Paese. Casa mia.

“Com’è il tempo lassù?”, chiedevo a mia moglie al telefono e cosa mi sentivo rispondere: beato tu, lì hai il sole; noi qui solo brutto tempo e nebbia. Eh si! Che bello qui. Il sole caldo anche la mattina a sfondarti il cranio. E quando piove non hai via di scampo: è un’alluvione. Anche la gente è stupenda, calda pure lei. Più calda, più sudata e puzzolente. Sembrava che con tutto il mare che avessero intorno, l’acqua li avesse definitivamente nauseati ed avevano deciso di smettere di lavarsi. Le donne basse e pelose, che belle! Gli uomini volgari, con quel dialetto rumoroso ed incomprensibile: il fallimento di sessant’anni di assidue campagne di alfabetizzazione. Facce da galera dappertutto. L’anarchia e la mafia che regna sovrana. Da due anni i miei colleghi stavano lì a spiegarmi come bisogna comportarsi con “certe persone”. Ma dove sono finito? E il mio portafoglio: che mi fregano regolarmente due volte l’anno.

La mia mente riusciva a produrre questo delirio ancora in dormiveglia. Dovevo curarmi dell’incubo fatto? No, ormai mi ci ero abituato. Rassegnato è la parola. C’era di peggio: l’incubo che vivevo ad occhi aperti ogni giorno, la mia vita in Sicilia.

Ad ogni modo, quello non era il primo incubo che avevo; ne avevo avuti di peggiori. Ascoltate.

Durante i primi giorni di esilio, ero solito sognare il mio direttore compartimentale che mi convocava nel suo ufficio. Chiudeva la porta a chiave dietro di me, mi offriva un sigaro e poi cominciava a confidarmi di essere affiliato ad una cosca mafiosa. Produceva quindi dettagli e nomi per dimostrarmi come tutto il sistema bancario del meridione fosse nelle mani della mafia. Quindi mi dava il benvenuto in quella grande famiglia, certo che mi sarei fatto onore.

Un altro incubo era stato ancora peggiore e mi aveva perseguitato per diversi mesi. Sognavo mio padre, che, ormai vecchio, con una voce simile a quella di Don Corleone, col medesimo accento, mi rivelava di essere di origini siciliane. “Vanne fiero, figghiu miu!”, mi diceva. “Tuo nonno, lui si che era un uomo. Povero papà mio, esponente di punta di una delle maggiori cosche palermitane. Peccato tu non lo abbia conosciuto. Povero papà mio, sapessi come lo hanno ridotto quei bastardi: in faccia gli hanno sparato, bastardi, lasciandolo crepare come un cane in una pozza di sangue. Anche tu sarai un grande uomo come lui, un vero “masculu” e lo vendicherai un giorno.

Quella mattina tornavo a Milano. Faceva piuttosto caldo anche per essere estate. Già pregustavo l’attesa interminabile alla fermata dell’autobus –l’auto m’era stata rubata per la terza volta- quando la sua incredibile repentina comparsa mi sbalordì. Recuperai subito le mie certezze, quando lo stesso si presentò stracolmo. Mio malgrado, mi ero già adattato da tempo al comportamento locale e cominciando e spingere e strattonare mi feci avanti nella folla. Ah, eccola qua: l’immancabile ascella sudata e maleodorante del mio più prossimo compagno di viaggio. Sembrava che ne andasse persino fiero, altrimenti perché l’avrebbe ostentata in questa maniera, perché si sarebbe ostinato a puntarmela contro e sorridere mentre io lo guardavo cercando di trasmettere tutto il disgusto che riuscivo ad esprimere.

Ecco, adesso era il loro turno. Le donne che vanno a fare la spesa. Ne salirono tre o quattro contemporaneamente. Le guardavo mentre utilizzavano i loro enormi sederi per farsi strada nella folla e delimitare il loro spazio vitale all’interno dell’autobus. Da un’altra parte riuscivo a vedere dei delinquentelli in erba dondolarsi dagli “appositi sostegni”.

L’elemento più significativo del mio breve tragitto, comunque, fu un indigeno singolarmente espansivo, il quale mi si appiccicò letteralmente addosso, approfittando della mia impossibilità a sfuggirgli vista la maniera in cui eravamo pressati dalla calca. Malvestito, maleodorante, con barba incolta e capelli arruffati, si esprimeva in un idioma comprensibile solo a tratti, che accompagnava con ampi gesti ed insistenti quanto sgradevoli botte sulle mie spalle. Credo che mi raccontasse di disgrazie varie, non saprei dirlo con esattezza. Ma divenne subito chiaro cosa volesse dire quando mi chiese di contribuire concretamente alla sua causa con un aiuto in danaro. Feci cenno con la testa di no e stranamente l’uomo smise di importunarmi. La cosa mi avrebbe anche meravigliato, sennonché notai che tutta la folla sul mezzo cominciava innaturalmente a diradarsi. La spiegazione si schiuse presto davanti ai miei occhi. I controllori salivano a bordo e per contropartita l’autobus si alleggeriva. Tirai un sospiro di sollievo e recuperai la mia libertà di movimento. Vennero ovviamente anche verso di me. Sorrisi. Cercai il portafoglio con la mano destra…ma non lo trovai: avevo contribuito mio malgrado alla causa del mio loquace compagno di viaggio.

Persi l’aereo e passai il resto della mattina prima dai vigili urbani a convincerli che non ero un furbastro che cercava di non pagare il biglietto dell’autobus e poi dai Carabinieri per la denuncia del furto.

La sera stessa partii per Milano, per nulla scoraggiato dal costo del biglietto comprato all’ultimo minuto. Erano sei mesi che aspettavo quelle due settimane di ferie e niente al mondo mi avrebbe fermato.

Avrei dovuto sentirmi meglio, stavo tornando a casa. Eppure c’era qualcosa che non andava. Era per questo che avevo smesso di tornare a casa ogni fine settimana, per quello stato di ansia e di malessere che il mio esilio mi dava anche quando ero a casa. Come mai vi chiedete?

Odiavo quelle battutine che mi infastidivano come il pizzicare di mille aghi in tutte le parti del corpo, quei commenti scherzosi di parenti e amici: “Ma lo sai che da quando ti hanno trasferito giù sembri più pigro, svogliato, non hai voglia di fare niente.” “Dove l’hai presa quella frase, non è mica italiano; si parla così laggiù da voi?” Da voi!!! E a coronare il tutto, ogni volta che si litigava con mia moglie: “Quando agisci così sembri proprio un terrone!”

La mia angoscia trovava un motivo ancora in più di essere nella sempre crescente consapevolezza che quella dannata terra, in qualche modo, mi stava realmente cambiando nell’intimo, stava turbando l’integrità stessa della mia personalità settentrionale. Ne ero certo. Si, forse scherzavano. Forse ironizzavano. Ma qualcosa stava succedendo davvero. Avevo lavorato anni per essere ciò che ero, per inserirmi nella società, fra i membri d’essa che più stimavo, distinguendomi. Avevo forgiato la mia cultura e la mia personalità mirando ai più alti esempi che la mia terra mi offriva. Credevo nel lavoro, nella mia famiglia. Mi adoperavo per guadagnarmi il rispetto e la stima dei miei simili, dando un contributo alla società che ritenevo potesse davvero definirsi tale. E adesso, il mio esilio, quella terra e la sua insulsa gente, stavano dandosi da fare per distruggere tutto questo, per intaccare me e la mia vita dal più profondo.

Provavo rabbia e dolore insieme. Mi accorsi che a momenti digrignavo i denti; a momenti quasi piangevo. La hostess mi aveva guardato strano un paio di volte, confabulando con i suoi colleghi.

Dovevo fare qualcosa. Avevo due settimane per riposare e pensare.

Giunsi a Milano verso le undici di sera. Mio figlio mi aspettava all’aeroporto visibilmente scocciato.

“Due ore di ritardo”, furono le parole con le quali mi salutò. Istintivamente provai a giustificarmi: “L’aeroporto era congestionato.”

“E cazzo, ma come ragionate laggiù da voi?”, fu il suo commento.

“Che linguaggio è questo? E poi, “da voi” cosa, stronzetto…”

“Ma va a cagare…”

Non avevo la forza morale per rispondere. Rispondere cosa poi…Vent’anni, diploma di ragioniere preso a forza di pedate nel sedere e raccomandazioni: non riuscivo nemmeno a credere che quello potesse davvero essere mio figlio. Capelli arruffati, barbetta da intellettuale di sinistra, orecchini e accessori penzolanti da tutte le parti, vestito di stracci e, per concludere, con quel caldo, degli anfibi da trenta chili l’uno. Mio figlio. Il mio unico figlio. Pensare quanto l’aveva desiderato sua madre! Beh, anche io. Ma lasciamo perdere, ormai è fatta, inutile pensarci su.

“E la mamma?”, azzardai a chiedere al mio autista.

“Cosa?”

“Ma perché non sai rispondere ad una domanda se non con un’altra domanda? La mamma: Come sta?”

“Come vuoi che stia.”

Basta. Era una battaglia persa in partenza. Non è che non riuscissimo a comunicare: non riuscivamo nemmeno a dialogare.

“A proposito”, disse improvvisamente rompendo il silenzio. “Credo che mamma sia arrabbiata e ti voglia parlare di qualcosa.”

“Di cosa?”

Fermò la macchina di colpo.

“Siamo arrivati.”

“Eh, lo vedo da me.”

“Dai, scendi che sono in ritardo.”

“Ritardo per cosa?”

“Cavoli miei. Dai che ho fretta.”

“A che ora torni?”, chiesi mentre chiudevo la portiera.

“Ma va a cagare…”

Ripartì lasciandomi inebetito.

Mia moglie dormiva e non c’era traccia di nulla di pronto da mangiare. Cercai di fare meno rumore possibile. Feci una rapida doccia. Sedetti ancora in accappatoio nella mia poltrona preferita a guardare Bruno Vespa con in mano una tazza fumante di caffè americano.

D’un tratto si accese la luce e la voce di mia moglie esordì decisa:

“Il caffè ti fa male. Perché lo bevi?”

“Ma non dormivi?”

“E chi dorme più…Sono settimane che non riesco più a dormire.”

“Mi spiace.”

“Ti spiace? Lo so io quello che passo qui e tu laggiù in vacanza, a goderti sole e mare. Te l’ho chiesto mille volte: porta giù anche noi. Io non ce la faccio più da sola.”

“E’ una sistemazione temporanea, ti ho detto.”

“Dura da due anni questa “sistemazione temporanea.” Dimmi la verità: hai un’altra laggiù vero? Lo so che non sono più la bella donna di una volta…”

“Ma che dici?”

“Oh Gualtiero…”, disse in lacrime venendo verso di me. “Non ce la faccio più.”

“Oh, amore mio”. Mi alzai e l’abbracciai. “Su, su, dai. Dimmi cosa è successo stavolta? Marco mi diceva che c’era qualcosa che non andava.”

“Oh, Gualtiero. Che figlio stupendo abbiamo! E’ la mia unica gioia”

“Si? Menomale che c’è lui.”

Menomale che non colse l’ironia della mia affermazione. Si staccò da me.

“E’ un bravo ragazzo. E’ buono, sincero.”

“Cosa ha combinato?”, chiesi, certo che i preamboli servivano a non farmelo ammazzare appena rincasava. Per questo era uscito a quell’ora.

“Cosa ha combinato?

“Lui niente. O meglio, non è colpa sua, ne sono certa. Non del tutto, almeno.”

“Cosa ha combinato?”

“E’ da un po’ di tempo che frequenta una ragazza che non mi piace per niente. Più grande di lui. E’ carina si, ma dovresti vedere come veste e come parla…”

“Peggio di Marco, si può?”

“Smettila. Quella di Marco è una fase, la attraversano tutti gli adolescenti.”

“Ha vent’anni: tecnicamente l’adolescenza è passata da un pezzo. Anche se forse il suo cervello l’ha appena imboccata.”

“Continua”

“Questa ragazza l’ha messo nei guai.”

“Come?”

“E’ incinta.”

“Perché ci siamo sposati?”

Perché c’eravamo sposati?

Perché eravamo giovani, belli, con un futuro davanti pieno di promesse. Tu maestrina in una scuola privata. Io laureando in economia. Eravamo semplicemente fatti l’uno per l’altra. Tu eri la persona migliore che avessi mai incontrato: bella, intelligente, buona, sincera, piena di vita. Eri un caldo raggio di sole in una vita comoda, ma anche piatta e grigia.

Adesso, quasi cinquant’enne, riuscivo ancora a guardarti e trovare uno ad uno gli stessi motivi che mi avevano spinto a quel gesto estremo, il matrimonio. Si ti avevo amato e ti amavo. Cosa ci stava succedendo adesso?

“Non dico sul serio, lo sai. Lo rifarei. Tutto. Il primo incontro, il primo bacio, l’attesa sulla scalinata della chiesa; persino nostro figlio.”

“Oh, amore mio.”

“La faremo abortire, credo sia l’unica soluzione. Marco è d’accordo?”

“Si. Certo. Non possono rovinarsi la vita a quest’età. Non sono pronti.”

“Dov’è il problema allora. Sono cose che succedono purtroppo.”

“Il padre di lei è il problema.”

“Non vuole che abortisca?”

“No.”

“Perché?”

“E’ meridionale. Sai come sono…tu li conosci bene, ci vivi con loro. Avevamo pensato, infatti, che tu fossi la persona più adatta per parlargli. Tu sai come prenderli questi tizi, li capisci, ti capiscono…”

“Che cosa vorresti dire?”, gridai, “Che sono come loro? Che penso come loro? Che parlo come loro?”.

Crollai sulla poltrona a peso morto. Mia moglie parlava in sottofondo, ma io fissavo il vuoto mentre quella parola mi rimbombava in testa: meridionale.

“Vattene”, le dissi senza distogliere lo sguardo dal vuoto. “Ci parlo io. Con Marco, voglio dire. Il resto si vedrà. Adesso voglio stare solo.”

La sera dopo cenammo insieme, come una bella famigliola, tutt’e tre.

“A che ora sei tornato ieri notte?”, chiesi a mio figlio, per rompere il ghiaccio.

“Fatti miei. Tu dormivi, non mi sembravi poi così in apprensione. Comunque la mamma lo sa. Mi ha aspettato sveglia. Lei. Come al solito. Come fa sempre, quando tu non ci sei.”

Non sta succedendo niente, devo stare calmo, mi dicevo. Riproviamo.

“Mamma mi ha detto che stai con una ragazza.”

“So cosa vuoi dire papà.”

“Ah si.”

“Certo che lo so. Mi vuoi fare la morale. Beh, hai sbagliato di grosso.”

Mi sfuggiva di capire dove ero stato aggressivo. Forse era ora che mi lasciassi andare.

“Brutto idiota di un figlio cretino… Sai quello che voglio dire? Va bene. Ma lasciamelo dire lo stesso. Il tuo uccello tienilo a bada, non si va in giro a mettere incinte delle ragazze a vent’anni…!”

“Senti chi parla,” fece lui.

“Che cosa gli hai raccontato?”, chiesi volgendo di colpo lo sguardo alla madre di mio figlio.

“Cercavo di tirargli su il morale.”, fece lei. “In fondo è nostro figlio, ha il diritto di sapere tutto di noi, per imparare dai nostri errori.”

Mia moglie si riferiva ad una piccola disavventura capitata anche a me intorno ai vent’anni della quale lei sola era al corrente.

Provai ancora a cambiare tattica.

“Senti Marco, capisco che le distanze fra figli e genitori non sono più le stesse di una volta. Capisco anche che gli standard morali della nostra società sono in continua evoluzione…”

“Quando parli così papà mi sembri più arretrato di un terrone…Ehi, qui non siamo mica nella tua Sicilia, siamo a Milano…”

Si alzò e andò a chiudersi in camera sua, mentre io con gli occhi sgranati fissavo di nuovo il vuoto. In silenzio mi alzai per andare a tuffarmi nella mia poltrona in salotto. Quindi guardai il mio film preferito: Il dottor Zhivago. Non avevo più alcuna percezione del mondo attorno a me e non ho memoria di ciò che accadde, che disse mia moglie o fece mio figlio.

Di certo mi addormentai prima della rivoluzione di Ottobre.

Passeggiavo per le strade pulite e luminose di una Milano di fine Giugno. Mi beavo del sommesso vocio, in quel melodioso italiano ed ancora più bell’accento. Mi sentivo euforico. Eppure qualcosa non andava. Ero infatti oggetto di una innaturale attenzione da parti dei passanti che incrociavo. D’istinto provai a specchiarmi in una vetrina e –orrore!- cosa vidi? Dov’era la mia barbetta rossa? La mia carnagione chiara? Il mio metro e ottantacinque? L’immagine che vedevo riflessa nella vetrina era quella di un omino scuro, basso, con i baffetti neri ed i lineamenti corrugati. Non era possibile. Cercai di ignorare il fatto e ricominciai a camminare frettolosamente verso il Duomo, ma –orrore!- quando provai ad intonare “O mia bella Madunina”, dalla mia bocca uscì, melodia e parole, in un accento perfettamente siciliano, “Vitti ‘na crozza”.

Mi svegliai di soprassalto, trovando moglie e figlio a scuotermi. Un altro incubo. Avevo gridato nel sonno, mi dissero, ma non in italiano, -non in italiano-, bensì in dialetto siciliano!

Non aprii bocca tutto il resto del mio soggiorno a casa. Evitai tutti. Evitai ogni discussione. Rimasi seduto nella mia poltrona a guardare il dottor Zhivago. Mi accorsi che moglie e figlio erano piuttosto preoccupati e scossi per la mia condotta, ma avevo paura a dire o fare qualsiasi cosa. Comunque, mi assecondavano in tutto.

Due settimane dopo presi l’aereo delle 21:00 per Catania, con la consapevolezza che non avrei mai più riavuto la mia vita di un tempo a Milano, che ero un estraneo lì e che questo fatto non sarebbe mai più cambiato. L’unico sentimento che riuscivo a provare era una calma innaturale. Rassegnazione? No. Assenza. Non stava succedendo, non a me. Non era possibile. Da un momento all’altro mi sarei svegliato. Era solo un altro mio incubo. Da un momento all’altro mi sarei ritrovato nel letto di casa mia, mai stato a Catania, mai trasferito: nulla di ciò che era accaduto era accaduto davvero. Bisognava solo aspettare. Ecco tutto. L’unica cosa che dovevo fare per salvare la mia sanità mentale era assecondare gli eventi, subirli, certo della loro inconsistenza, della loro immaterialità.

Giunsi a Catania alle 23.00.

Quella notte dormii. Non sognai. La mattina mi alzai con una nuova sensazione di compiacimento su ciò che ero o ero diventato – o ero persino sempre stato!

Non mi lavai. Non mi rasi. Nonostante l’odore della mia maglia offendesse le mie stesse nari, non la cambiai. Indossai la camicia del giorno prima, sgualcita com’era.

Sull’autobus erano gli altri ed evitare me stavolta ed io ad incalzarli. Per la prima volta dopo anni fui io a fregare il cassiere del bar sul resto, guadagnandoci. E ci stavo benissimo.

Al lavoro salutai con un cenno i miei colleghi e filai diritto nel  mio ufficio sotto gli sguardi attoniti di tutti. Detto alla mia segretaria di dire a chi chiamasse che ero in riunione, presi a fare delle telefonate personali a degli amici che non sentivo da tempo.

Inopportunamente la mia segretaria non tardò comunque ad interrompere la mia attività: “Dottore, il direttore compartimentale. Credevo che con lui almeno volesse parlare…”. Ci parlai. Gli parlai anche chiaro. “Direttore”, gli dissi. “Ma che dobbiamo fare con questa situazione della minchia, non mi vorrà mica fare marcire in questa filiale di merda per tutta la vita? Io voglio il trasferimento a Palermo, è lì che si lavora, che i soldi girano davvero. Qualcosa pure per mmia ci deve uscire, o no? O devi mangiare solo tu a quattro ganasce, figghiu di una grandissima bottana! Ma ci lu sai che haiu clienti ca ti sparassero nella carina per un prestito ad un buon tasso? Mi sono spiegato, eh?”

Ebbi appena il tempo di chiudere la telefonata che la mia segretaria interruppe ancora: “Chi è che rompe la minchia questa volta?”, chiesi alla stronza.

“Ma dottore… C’è qui il dottore Lo Verde. Avevate appuntamento alle 10:00.”

“Fallo entrare.”

 Il dottore Lo Verde era un panzone con la faccia da pesce lesso.

“Si assettasse, prego”, gli dissi non appena entrò in stanza. “Si assettasse pure. Vuole un po’ di pane e olive; del vino?”

“Non riesco a capire cosa ci sia che non vada nella nostra offerta,” disse visto il mio disinteresse dopo mezz’ora di chiacchiere.

“Cosa c’è che non va nella vostra offerta? Semplice, caro mio. Io cosa ci guadagno?”

“E’ di questo che si tratta? Poteva dirlo prima. Pensavo che lei fosse diverso dagli altri, me l’avevano presentato come un uomo tutto d’un pezzo…”

“O bedda matri!”

“Prego?”, disse sgranando gli occhi e facendo un salto indietro nella sedia.

“Ma cchi cci succeri?”, lo interrogai avvicinandomi a lui.

“Mi stia lontano…mi stia lontano”, fece l’uomo che non aveva più gli occhi da pesce lesso visto che gli stavano a dieci centimetri dalle orbite,  in preda ad un evidente attacco di panico. “Ma cosa le sta succedendo…Oddio, oddio mio…” Quindi uscì dalla mia stanza urlando in preda al terrore.

“Ma cchi fu?”, esclami istintivamente.

Guardai le mie mani: erano più tozze e pelose. Vidi che i vestiti mi stavano più larghi. Intuii e, anche io adesso in preda al panico, corsi in bagno. Cosa vidi nello specchio! Al posto di quel distinto uomo che ero stato, vi era adesso un omino tarchiato che a malapena arrivava a specchiarsi il volto, con due baffetti neri, lo sguardo spento ed insignificante, le sopracciglia folte ed i lineamenti corrugati. Portai le mani –le mie mani!?- al viso: ero io! Quell’orrore ero io!

Compresi allora quanto fondati erano stati i miei timori, le mie paure. Ma ormai era troppo tardi: la mia meridionamorfosi era completa!