di Giuseppe Guarino

I.

L’uomo scelse il tavolo che gli sembrava meno sporco, diede una spolverata alla sedia con un grande fazzoletto verde, quindi sedette sospirando rumorosamente.

Il cameriere, un aitante giovanotto, gli si parò davanti con un sorriso persino eccessivo.

– Il signore desidera? – Chiese.

– Si desidero, – fece quello. – Desidero un po’ di pace, di serenità, di calma e di silenzio.

Il giovane rimase per un attimo interdetto. Subito recuperò, però, il suo entusiasmo.

– Qualcosa da bere? – Chiese. – Vuole fare colazione?

Forse aveva formulato la domanda in maniera sbagliata e voleva recuperare.

– Si, come no! – fece quello. – Prenderei volentieri un po’ d’acqua, grazie.

Il ragazzo  tornò indietro sconsolato, abbracciando il vassoio.

– Mi raccomando, che sia fresca, – disse l’uomo mentre quello si allontanava. – Ma non troppo, però. Ma neanche troppo poco, comunque. Più fresca che fredda. – Aggiunse ancora l’uomo, alzando il tono della voce in proporzione alla distanza del cameriere.

Il primo giorno di lavoro, la prima ordinazione: e cosa chiedono? Un bicchiere d’acqua non troppo fresca, ma neanche troppo poco.

Il giovane provò l’impulso, che dovette reprimere a fatica, di tornare indietro a mani vuote e dire due paroline all’uomo del tavolo. Forse ordinerà poi qualcosa, in fondo è ancora troppo presto per fare colazione, si disse. 

Il suo ottimismo, certamente dovuto più ai suoi pochi anni che agli eventi, era tanto. Per questo sua moglie amava stargli accanto. Poveri in canna com’erano, lui, orgoglioso, non andava a chiedere aiuto a nessuno e quando tornava a casa dopo un’altra giornata passata in cerca di lavoro senza risultato, appariva sempre sereno e fiducioso, scherzoso, ancora più combattivo e speranzoso. E la donna non era da meno, sorrideva serena con lui, mentre per mesi avevano cenato con un po’ di frutta e pane, spesso del giorno prima.

Il cameriere portò con vistoso disappunto il bicchiere d’acqua al cliente, quindi  rimase a fissarlo.

– Cosa avete ragazzo mio? Grazie, l’acqua va bene. Ora potete andare. Su, su. Lasciatemi un po’ tranquillo, vi chiamo io se ho bisogno.

Non disse nulla. Alzò gli occhi al cielo quando capì di non poter essere visto dal cliente e sbuffò.

– Cameriere! – Disse il cliente dopo pochi attimi. -Cameriere!

Ecco, s’era sbagliato. Adesso lo chiamava per un’ordinazione vera.

– Mi dica, signore! – Disse di nuovo sorridente con la penna pronta a scorrere sul taccuino.

– Come vi chiamate?

– Mi chiamo Andrea.

-Quanti anni hai, Andrea?

– 21, appena compiuti. Perché?

– Niente, mi chiedevo. Siediti, facciamo due chiacchiere tanto il bar è deserto.

Il sorriso era scomparso dal volto del ragazzo. Guardò l’uomo per la prima volta veramente.

Capelli brizzolati, quei pochi che erano rimasti ai margini d’una pelata che il viso d’un uomo intelligente e colto portava con disinvoltura. Il sorriso appariva cordiale e naturale. Era piuttosto basso di statura, ma vestiva con buon gusto ed un certo tocco di personalità.

– Andrea, sei sposato?

– Si, sono sposato.

– Ami tua moglie?

– Amo mia moglie.

– Perché?

– O bella, perché? Non saprei dire, così…

– L’ami perché è bella, intelligente o perché sei coerente con una scelta, con un impegno che hai preso? L’ami dici. Ti credo.

Le domande erano incalzanti veloci, seguivano una dietro l’altra e Andrea non aveva avuto il tempo di pensare a non rispondere; erano suonate come quella sfida che tante volte l’aveva costretto ad agire per istinto, come per dimostrare qualcosa.

– E lei ti ama?

– Certo.

– Cos’è “certo”? L’amore?

– No; cioè si. Mi ama.

– Ti credo.

– Faresti qualsiasi cosa per lei, non è così forse?

– Non farei nulla di male anche se lei lo volesse, se è questo che intendete.

– Ah, non è questo che ti ho chiesto. Ti serve perché la mattina hai un motivo in più per alzarti dal letto; senti di avere bisogno di lei?

– Si, con lei sto bene. E’ mia moglie, la amo. Quello che faccio lo faccio anche per lei. Ma anche per me e per i figli che spero verranno.

– Tu non rispondi alle mie domande, forse non le capisci. No, non le puoi capire. Non puoi, non ancora. Avete figli?

– Aspetta un bambino.

– Allora non puoi capire davvero. Un giorno capirai anche tu di cosa parlo.

– Di cosa parlate?

– Io parlo di guardare tua figlia nella culla che dorme serena una sera dopo il lavoro e quello dopo di accompagnarla all’altare; io parlo di scoprire che per anni si è corso talmente tanto d’avere persino dimenticato il vero perché o in ultima analisi di non avere mai considerato seriamente se ne valesse la pena.

– Non vi capisco.

– Ma capirai.

L’uomo si alzò, lasciando una cospicua mancia e si allontanò, accompagnato dallo sguardo del giovane cameriere.

Andrea si precipitò dentro.

– Vieni Giovanni, – fece al banconista, – Sbrigati, vieni qua.

Lo portò fuori tirandolo per un braccio. – Guarda, dimmi se conosci quel…

Non riuscì più a vederlo e non seppe cosa rispondere agli insulti del suo collega.

II.

La giornata era andata piuttosto bene, proprio grazie a quella assurda mancia che gli aveva permesso di andare a fare un po’ di spesa in più e di portare un regalino alla moglie. Un fiore. Si, le avrebbe portato una bella rosa, i soldi bastavano anche per quello. E al bimbo? O bimba? Non sapeva, ci avrebbe pensato su, avrebbe chiesto a sua moglie e domani magari sarebbe rincasato con qualcosa anche per lui o lei. Il pensiero di suo figlio o figlia occupò la sua mente durante il resto del breve tragitto a piedi verso casa. Si sentiva felice, forte, speranzoso all’idea che presto sarebbe arrivato un bimbo o una bimba. A proposito, cosa desiderava che fosse? Un bimbo, senz’altro, forte, sano, intelligente, che avrebbe avuto un gran futuro, che sarebbe stato un grande uomo; questo immaginava già per lui: che avrebbe avuto tutte le cose che a lui erano state negate. Anche una femminuccia andava bene, comunque. Purché fosse sana. E anche bella, perché non avrebbe dovuto esserlo. Poi, se somigliava alla madre!

Erano questi i sogni di quel piccolo onesto uomo nell’immediato dopoguerra, in un’Italia che aveva così tanta voglia di ricominciare tutto d’daccapo.

Fece le scale di corsa e suonò al campanello con il fiatone ed il sorriso d’una felicità tanto incontenibile quanto immotivata agli occhi di chi ha sempre avuto tutto.

La moglie aprì ed al solo vederla il suo volto si illuminò d’una felicità ancora più grande

– Ciao. Questa è per te.

Lei sorrise e lo baciò dolcemente com’era solita fare, per poi tornare subito ai fornelli.

Era oggettivamente bella, considerava lui guardandola con lo stesso entusiasmo dei tre anni trascorsi insieme.

Quel volto semplice e bello. Quel sorriso rasserenante. Gli occhi grandi e chiari, intensi. I capelli lunghi e scuri, lisci, legati dietro. Le sue carezze erano il modo in cui le trasmetteva tutta la tenerezza ed amore che provava per lei.

Ora, incinta, con il pancione che cominciava a vedersi, era ancora più bella e dolce; avvolta in un’aurea di purezza.

La amava, era il centro della sua vita. Viveva per lei, e l’avrebbe fatta felice tutta la vita come lo era adesso. L’aveva giurato a se stesso, a lei, a Dio ed agli uomini.

La casetta era piccolina, al secondo piano d’un palazzo del centro. Poco importava, però, c’era tutto quello di cui avevano bisogno.

La cena fu presto pronta e la conversazione fu tutta concentrata sulla giornata di lavoro del ragazzo. La moglie ne era fiera. Era un uomo onesto, serio, un lavoratore. Non le avrebbe mai fatto mancare nulla, ne era certa. Era il padre che voleva per il suo bimbo. Era con lui che voleva condividere la sua vita.

– Perché non fai venire tua madre ad aiutarti? – Chiese lui.

Ma lei era una donna piccola, semplice, ma forte.

– Non mi va di pesarle. Ha già abbastanza problemi da sola, poverina. Piuttosto, domani passa da lei e portale il danaro che ci ha prestato la scorsa settimana. Io dico che ne ha più bisogno di noi, con la malattia di mio padre.

E la notte, prima di addormentarsi, lui ascoltava il pancione di lei.

– Chissà se ci sente? – Chiedeva e si chiedeva.

– Ne sono sicura. – Rispondeva puntualmente lei.

– Si, ti credo, ci sente sicuramente. Ascolta piccolino, fai presto ad uscire da là. Abbiamo così tante cose da fare insieme e tante di quelle cose da vedere, posti dove andare…

– O, Andrea, sei un uomo così speciale.

– Con te accanto si, lo sono, mi sento così. Mi sento anche forte e sicuro. Sono certo che riusciremo a passare i tempi difficili e staremo bene anche economicamente. Sai cosa ho sognato oggi?

– Cosa?

– Un bar tutto mio. Il più bel bar della città. Dovranno venire i tempi belli di nuovo. La gente dovrà ricominciare a divertirsi, a spendere.

– Amore mio, se tu sogni di fare qualcosa, io sarò lì con te per darti la forza per realizzare il tuo sogno. Io sarò lì a sostenerti e combattere con te. Ma non correre. Quel poco che abbiamo già ci basta.

– Io voglio darti di più, io voglio darvi tutto quello che meritate. E ce la farò.

Lei accarezzò la testa di lui, mentre la stanchezza lo sopraffaceva e si addormentava in quella strana ma dolce posizione.

– Non immaginavo mai di poter essere così felice – Sussurrò lei certa che lui comunque ormai non potesse più sentirla.

– E lo sono per merito tuo amore mio, perché ci sei tu a darmi gioia con il tuo sorriso ed il tuo entusiasmo. Io sarò felice se avrò te accanto per sempre, come sei adesso. Non mi importa del resto. Ti amo, Andrea. È questa tutta la mia vita, te ed il mio bambino.

III

Emanuele era alla sua prima settimana di lavoro. Ci teneva a quel posto; per quanto potesse essere modesto, lui ne aveva davvero bisogno. Quella convocazione nell’ufficio del titolare non prometteva nulla di buono. Gli avevano parlato di lui come di un uomo tutto d’un pezzo, inossidabile, impenetrabile.

Era solo adesso, nervoso, vestito da lavoro e col suo copricapo in mano, che si guardava intorno spaurito nella piccola sala d’attesa.

Il signor Vodrera gli passò velocemente davanti ignorandolo -cosa che non gli era del tutto dispiaciuta, viste le circostanze- continuando ad impartire delle istruzioni al suo segretario che lo seguì fin dentro il suo ufficio, allungando visibilmente il passo. La sua camminata era leggendaria: gli si poteva stare difficilmente dietro.

– Va bene, Gino? Tutto chiaro? Non fare che poi mi dici che non hai capito. – Furono le ultime cose che disse al segretario, sedendosi nella grande poltrona.

– Vai, vai adesso e fai entrare quel ragazzo che aspetta fuori. – Gli sentì gridare il ragazzo dalla sala d’attesa.

Emanuele si sentì ancora più piccolo, notando che il suo datore di lavoro si comportava come se lui non esistesse, o, in ultima analisi, come se non fosse nemmeno lì.

Poi d’un tratto disse, rivolgendosi proprio a lui: – A noi ragazzo mio. Sai quale è stato il mio primo lavoro?

– Non saprei, signore – balbettò alla fine il ragazzo comprendendo dal lungo silenzio che una risposta si esigeva.

– Il cameriere. Ero cameriere in quel piccolo bar –c’è ancora- su Corso Dei Mille.

Perché tutti quei preamboli? Il ragazzo si sentì ancora più nervoso. 

– Sai, che c’è gente che lavora ancora lì, da trent’anni. Gente che ho trovato lì quando mi hanno assunto e che ci lavora ancora. Nello stesso posto, a fare le stesse cose. Mentre io sono qui a dirigere una delle aziende più prestigiose della città, con il giro d’affari più consistente del ramo ristorazione. Sai perché? Qualcosa di diverso ci deve essere fra me e loro. Tu cosa dici che è?

Il ragazzo era visibilmente imbarazzato. Non sapeva cosa rispondere. Aveva paura di dire la cosa sbagliata e, nella confusione della sua mente, provava a cercare di capire quale fosse la risposta che voleva il suo titolare, qualunque fosse, purché fosse quella giusta che sarebbe servita a fargli conservare il suo posto di lavoro.

– La voglia di fare, figlio mio. – Disse l’uomo avvicinandosi al ragazzo. Il suo tono era ora affettuoso e comprensivo.

– Il cervello conta poco in questo lavoro. Non facciamo fisica nucleare, ma pasticceria. Ma la voglia di fare e fare bene, quella la devi avere. Era quella che mi distingueva dagli altri, che mi ha fatto arrivare dove sono arrivato. Se non la possiedi, ragazzo, difficilmente potrai andare lontano.

Le pause nelle parole dell’uomo erano riempite dalla quasi tangibile ansia del ragazzo.

– Ora io dirigo un posto dove la gente viene e paga bene, perché sa che io gli garantisco qualità. Lo so che hai bisogno di questo lavoro. Nessuno lavorerebbe come io vi faccio lavorare o sopporterebbe il mio sproloquio se non avesse bisogno di lavorare. Ma nello stesso tempo devi capire che ci sono cose che io non posso permettermi. Sono piccole cose. Ma sono quelle che il cliente ci paga, in fondo. Sono le piccole cose che fanno la differenza, che ci hanno fatto emergere  e continueranno a farlo o che, dall’altra parte, ci farebbero tracollare. Quindi capisci che se il mio cliente mi ordina una brioche alla crema e ci trova dentro della marmellata, questo è più che un errore di distrazione, è un pericolo che io non posso trascurare. L’importo di quella brioche verrà detratto dalla tua paga settimanale. So che sembra ridicolo, ma tu devi ricordare.

– Signore, io…

– Non ti giustificare. Vai continua il tuo lavoro. Quello che volevo dirti è: non sbagliare più a riempire un dolce soltanto, ma quello che fai, fallo con la voglia irresistibile di fare bene e prima che te lo immagini vedrai dove arriverai, figliolo.

Ora il ragazzo sorrideva: non avrebbe perso il suo lavoro.

Gli piaceva quell’uomo. Perché glielo avevano descritto con tanta crudeltà? Era si deciso e, in fondo, l’aveva minacciato di buttarlo fuori a pedate nel sedere. Eppure, in qualche modo gli faceva sentire che gli importava di lui, apprezzava quelli che considerava dei consigli.

Il sig. Vodrera gli fece cenno di uscire, cosa che lui fece salutando nella più ossequiosa e riconoscente maniera che conosceva.

Rimasto solo nel suo studio, l’uomo, venne assalito da quei sentimenti di angoscia dai quali riusciva sempre con meno successo a sfuggire. Quello era il suo mondo. E i suoi dipendenti, come quello che era appena uscito, li chiamava i suoi ragazzi. Era un uomo di successo. Ma il suo lavoro era tutto quello che sentiva di avere e il solo pensiero che quella sera avrebbe dovuto lasciare quell’oasi di pace e di serenità per tornare a casa sua, lo rattristava indicibilmente.

Ma com’era stato possibile? Come era accaduto?

Trent’anni prima era stato come quel giovane che di sicuro la sera non vede l’ora di tornare a casa dalla sua famiglia. Chissà se anche quel ragazzo è sposato o fidanzato?

Gli ha dato un consiglio giusto? È davvero così importante riuscire a raggiungere traguardi importanti come aveva fatto lui. Per farsi invidiare dalla gente, forse si. Per essere temuti e rispettati. Sono i traguardi cui i più degli uomini aspirano, no? Avere una bella casa, una bella macchina, una barca, per non avere nulla più da desiderare senza poterlo avere. Si, per tutte queste cose si.

E allora, se quel ragazzo avesse seguito il suo consiglio e fosse arrivato lontano quanto era arrivato lui, questo avrebbe fatto di lui un uomo felice? Lui lo era adesso? Si sentì in colpa per avere ostentato tanta sicurezza davanti a quel piccolo giovane volenteroso alle prime armi. Sentiva di aver dato un consiglio che gli facesse acquistare prestigio e considerazione, ma non di aver detto qualcosa di vero ed onesto a quel ragazzo.

A pensarci bene, sembrava un ragazzo per bene. Niente di eccezionale. Eppure forse lo invidiava. Era per questo che lo aveva mandato fuori strada con le sue parole? Magari quel piccolo ragazzetto è già felice di quello che ha e non vuole altro. Magari dal lavoro vuole solo i soldi per vivere dignitosamente.

Ecco, fu in quell’istante, che si ricordò di quello strano incontro fatto il primo giorno di lavoro come cameriere. Quello strano uomo, distinto, che aveva avuto per lui solo domande, ma non risposte. Adesso anche lui aveva in realtà solo domande, eppure si ostinava comunque a dare risposte. Capì che per essere una persona migliore, o per sperare ancora di diventarlo, avrebbe dovuto avere un po’ meno stima di se stesso. I fatti parlavano chiaro.

Chiamò il suo segretario. Gli disse di richiamare il ragazzo perché aveva da dirgli ancora qualche cosa. Ma cosa? Cosa doveva dirgli?

Non era quel ragazzo ad avere bisogno di risposte, ma lui. Era lui ad avere le domande.

Il ragazzo entrò cinque minuti dopo, visibilmente più nervoso della volta precedente.

– Non ti preoccupare, ragazzo. Come ti chiami? – chiese, rendendosi conto in quel momento di non sapere nemmeno il suo nome.

– Emanuele.

– Emanuele, ti volevo chiedere qualcosa. Se permetti ovviamente.

– Certo. Dica pure.

– Sei felice? Voglio dire, sei sposato, fidanzato o che?

– Sposato.

– Complimenti.

Le domande erano incalzanti e la soggezione del ragazzo lo faceva rispondere a tutte con premura. La paura per i risvolti di quella conversazione ed il futuro nella ditta erano più importanti del bisogno di comprendere cosa stesse succedendo.

– La ami?

 – Si, ne sono certo. La amo. L’ho sempre amata. Stiamo insieme da quando eravamo bambini.

– Hai una sua foto?

– Si certo.

– Posso vederla?

Il ragazzo allungò una mano per prendere il portafoglio nella tasca dei pantaloni. Mostrò la foto con un visibile orgoglio.

– Si, proprio una bella ragazza.

– Ti volevo chiedere scusa per poco fa.

Il ragazzo fu colto da una evidente sorpresa.

– Si. Scusa. Per averti fatto credere cose che non sono. Ti ho detto delle cose in cui credo, o, per meglio dire, credevo, ma che la vita mi ha dimostrato non essere vere. Posso ostentare sicurezza e potere in questa stanza, ma fuori di essa non sono nessuno.

Il ragazzo era sconvolto.

– Quello che ti ho detto riguarda il lavoro. Ma il lavoro serve per vivere e non il contrario. Se perdi di vista le altre cose, il tuo lavoro può diventare una trappola. Il mio successo ha fatto infelici le persone che mi stanno accanto e questo non me lo posso perdonare. Lascia perdere i miei consigli e vivi nella maniera che ritieni migliore ragazzo.

– Non so cosa dire. – Fece il ragazzo, adesso visibilmente toccato da quelle parole.

– Non devi dire nulla. Lasciami solo. Prendi il resto della giornata libera. Corri da tua moglie e stai con lei. Prendi questi soldi e godeteveli alla mia salute. A domani.

Il ragazzo uscì.

Il peso non l’aveva abbandonato. Non c’era nulla che potesse dire o fare per cambiare le cose. Meglio indossare la maschera di sempre ed uscire impettito dal proprio ufficio; dare una occhiata in giro, dare qualche disposizione e tornarsene a casa.

IV

– Andrea, io voglio il divorzio.

Doveva sorprendersi? Non ci riusciva. Non era colpa di nessuno, si diceva. Ma no, lui sapeva e sentiva che era colpa sua.

– Sapevo che saremmo arrivati a questo.

La moglie gli stava davanti decisa e bella come sempre.

– Sai che non sei cambiata affatto. Sai che ti amo come allora.

– Forse mi ami come allora, ma di sicuro hai una vita sentimentale più movimentata che mi fa sentire in dubbio almeno su cosa tu intenda per amore.

Non ricordava nemmeno quando e con chi l’avesse tradita la prima volta, né perché. Né quante volte lo avesse fatto, sapeva però che ogni volta aveva meno scrupoli e conviveva con meno rimorsi. L’espressione “farci il callo” si adatta purtroppo anche alla coscienza degli uomini.

– Lo so e non ho scusanti. Sapevo del divorzio. Tua figlia Serena mi aveva messo in guardia sulle tue intenzioni già da tempo.

– E cosa intendi fare?

– Lasciarti libera come meriti. È il minimo che io possa fare.

La donna si intenerì a vederlo a quel modo. Dietro la fermezza e la decisione che ostentava sempre, lei lo vedeva vinto, afflitto. Ma ripensava al male che le aveva fatto e non riusciva a pensare alla possibilità di tornare indietro su una decisione tanto ponderata e sofferta.

– Non voglio che tu lasci la casa e niente delle cose che abbiamo costruito insieme. È tutto tuo. Ho già disposto affinché le azioni della società vengano ripartite fra te e i nostri figli. Tu avrai la maggioranza del pacchetto. Non chiedermi perché l’ho fatto, forse è l’unico modo per poter immaginare che tu mi possa perdonare un giorno. L’amministrazione passa nelle mani di Marco. È il nostro figlio maggiore, credo sia più giusto così. L’anno prossimo si laurea, è intelligente abbastanza da dirigere una azienda che ormai va avanti quasi da sola. Quanto a me, mi verrà corrisposto un mensile che si accrediterà in un conto in Svizzera. È lì che andrò a vivere. Ho acquistato una casetta in montagna dove ho deciso di volere concludere i miei giorni.

– Come tuo solito, non lasci spazio agli altri, neanche in frangenti tanto dolorosi. Tutto programmato, tutto stabilito. Non mi sarei aspettata che mi cadessi ai piedi per chiedermi di tornare con te, ma questo è davvero ridicolo. E con quale delle tue fiamme andrai ad invecchiare nella tua nuova gabbia d’oro?

– Ah, ne troverò qualcuna, non ne vado fiero, lo so. Ma i morsi della solitudine presto mi renderanno meno alla ricerca di giustizia e più di compagnia. Gradirei se sulla questione non dicessimo altro. Non servirebbe a nessuno dei due. Andiamo a cenare, ho avuto una giornata stancante, voglio andare a letto presto.

V

Da dieci anni si alzava la mattina prestissimo per guardare l’alba e i suoi colori su quelle montagne stupendamente innevate. Quella vista gli riempiva il cuore. Si sentiva totalmente conquistato e appagato da quello spettacolo della natura.

Uno sguardo oltre la sua spalla destra gli confermava che la sua donna stava ancora dormendo. Quasi vent’anni più giovane di lui. Non bella quanto sua moglie, ma senz’altro più devota. Ma forse era cambiato anche lui ultimamente e la vita che conduceva lo rendeva una persona più facile. Forse avrebbe dovuto portare sua moglie con sé in quel posto. No. Un esilio è un esilio. Non voleva più nulla della sua vita precedente. Poi per quanto ne sapeva se la cavavano tutti benissimo a casa, meglio di quando stava lui in giro a dirigere tutto ed imporsi per ogni piccola cosa. Era certo che nessuno sentisse la sua mancanza.

Le visite dei figli erano state sempre rare e, col tempo, sempre più rare. Ma non li poteva biasimare. Né lui pretendeva o aveva mai preteso nulla in questo senso.

Che dolce l’espressione della donna! Le si avvicinò per accarezzarla. Poi ritirò la mano. Meglio lasciarla dormire: aveva bisogno di momenti di solitudine, specie la mattina. La guardò intensamente chiedendosi per la millesima volta quando aveva smesso di essere capace di amare. L’amore era stato sostituito da un sentimento semplice e meglio definito: la praticità. Ma non poteva essere troppo filosofico a quell’ora, non quando tutti i suoi sensi erano estasiati dalla gioiosa sensazione del ritorno alla vita che era per lui il risveglio.

Lasciò la camera da letto per la grande camera di sotto dove più ampie finestre lo immergevano nella bellezza del paesaggio circostante.

Sedette sulla poltrona accanto il caminetto e preparò con cura la pipa. Oggi era un giorno speciale. Oggi era l’anniversario del suo indimenticabile primo giorno di lavoro. 

La voce della donna interruppe i suoi pensieri.

– Sveglio più presto del solito.

– Ti ho svegliato. Scusa, non volevo.

A quell’ora non ci voleva. Si sentì turbato nella serenità mattutina dalle conversazioni che la donna cercò subito di intavolare mentre uno sgradevolissimo odore di caffè iniziava a pervadere la camera.

Ma era un giorno speciale. Doveva stare solo, almeno ancora per un po’. – Scusa, io esco.

La donna non si stupì più del solito, a volte era solito uscire la mattina presto e, se ne rendeva conto, era per evitare la sua compagnia. Non la stupiva o turbava neppure il silenzio alle sue domande. Quando gli chiese quando sarebbe tornato, come spesso succedeva, l’unica risposta che ebbe fu il rumore della porta di casa che si chiudeva.

Faceva freddo. La neve copriva tutto ed il tragitto fino al bar lì vicino fu impegnativo. Urgeva bere qualcosa che lo riscaldasse. Entrare in un bar, anche se era quello dove era solito entrare quasi ogni giorno da anni, gli dava un meraviglioso senso di euforia. I ricordi lo investivano come l’aria calda e l’odore dell’espresso. Il posto non gli piaceva in modo particolare. Era semplice, scontato nell’arredamento e persino nei volti e negli atteggiamenti di chi vi lavorava. Conosceva il proprietario, un uomo sui quaranta senza aspirazioni, semplice  e scontato come il suo locale.

Si sedette al solito tavolo ed attese che il solito cameriere gli si parasse davanti per fargli la solita domanda alla quale avrebbe risposto alla solita maniera.

Con cura rimosse il giornale e il portacenere che stavano sul tavolo, entrambi considerati fastidiosi, inutili accessori.

Ma qualcosa intaccò con un ulteriore dettaglio la quotidianità di quella giornata. Il cameriere che gli si parò davanti era cambiato e dai modi, da come appariva nervoso ed  impacciato, tutto lasciava supporre che fosse alla prima giornata di lavoro. Un ragazzetto sulla ventina, uno sbarbatello dal volto pulito. Si guardò intorno. Il locale era vuoto. Vuoi vedere che quella era la sua prima ordinazione.

Che coincidenza. Quarant’anni anni addietro, quel giorno. Meritava di festeggiarci su.

– Il signore desidera qualcosa? – Chiese il ragazzo.

Seguì una lunga pausa.

– Si. Un bicchiere d’acqua per favore. Che sia fresca, per favore, ma non troppo.

Un sorriso comparve sul suo volto, mentre una lacrima scendeva lenta.